Il senso dei Comuni per il Natale

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Gallarate, l'albero di Natale illumina il centro storico

Abbiamo bisogno di leggerezza. Non serve spiegare perché, ma è scontato che l’esigenza di evadere dalla opprimente quotidianità prenda il sopravvento. E’ così che Natale non arriva più quando arriva, come diceva Pozzetto, ma è già arrivato. A novembre. Lo sanno le tante amministrazioni civiche che si sono date da fare per organizzare la festa delle luminarie, con l’accessione degli alberi, le decorazioni, la musica, le paillettes, gli applausi, gli incensamenti e gli autoincensamenti di sindaci e assessori che sfruttano l’occasione per fare passerella. Per dirla in un altro modo: per brillare anche loro al cospetto delle folle che accorrono alle inaugurazioni delle iniziative che precedono il 25 Dicembre. Un’ampia partecipazione collettiva, col conforto dei cellulari per documentare l’evento, che fa gongolare i politici a caccia di facili consensi.

Mentre lor signori pensano, con cupidigia pre natalizia, alla loro immagine, la gente cerca di esorcizzare l’annus horribilis evocato da Beppe Servegnini sul Corriere della Sera, sostenendo  che “il Natale rassicura”. Ed è anche per questo che cominciamo a festeggiarlo un mese prima. Servegnini ha ragione. Però, c’è un però. Anzi, più di uno. Il primo: Natale è oggi, tra le altre cose, l’apoteosi del consumismo, di quel mondo che ci siamo o ci hanno creato, traboccante l’effimero e l’inutile, alla ricerca di illusioni e false felicità. Se i politici pensano a ottenere  il plauso dei cittadini proponendo Babbi Natale e renne finte, i commercianti guardano al cassetto. Per loro è il periodo più propizio dell’anno, fanno i migliori affari e le amministrazioni civiche, infiocchettando i centri storici, danno loro una consistente mano. Ci mancherebbe, il commercio ha le sue buone e inoppugnabili ragioni.

Benché, per sconfinare nell’Assoluto, non di solo pane vive l’uomo. Qui bisognerebbe soffermarsi sul vero significato del Natale, affrancandoci per un momento dai promozionali ricchi premi e cotillon, dal meritato panettone, dai brindisi con lo spumante, dai lustrini e da tutto quanto fa atmosfera. Le amministrazioni civiche stanziano decine di migliaia di euro, se non centinaia, per addobbare le città e attirare visitatori, spesso facendo a gara su chi spende di più per conquistare la palma della scenografia migliore. Detto questo, sbaglia chi contesta l’utilizzo di denaro pubblico per queste finalità: se non si vive di solo pane, almeno lasciateci il companatico, cioè la luce (in senso lato).

Il problema è che, forse, il significato del Natale è pure un altro, riguarda l’aspetto più profondo e alto della festa. E allora, se dal cospicuo, a volte esagerato budget per le luminarie si detraesse una parte da destinare alle persone più fragili, non sarebbe un dramma. Soprattutto in quei Comuni dove i servizi essenziali non sono sempre garantiti. Sentiamo già la risposta: per il sociale i bilanci municipali impegnano il massimo della spesa , non sarà una manciata di euro a cambiare la situazione. Ma nemmeno sarà una lampadina in meno a vanificare la ricorrenza; certi esempi, invece, sono un segnale, un avviso ai naviganti, una lezione valoriale in una società che è quella che è; servono per riflettere e a far riflettere, accendono i pensieri e allargano i cuori della gente. Specialmente di coloro che con quella manciata di euro potrebbero finalmente godersi la festa grazie a un Comune che ha colto il senso più autentico del Natale. Con una lucina spenta, tra le mille che brilleranno, e un grande faro acceso a illuminare la solidarietà pubblica. Discorso, sia chiaro, che vale a Natale, come per gli altri giorni dell’ anno. C’è un sindaco che almeno prova a pensarci?

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