Il Veneto arbitro del duello Lega-FdI in Lombardia

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I risultati elettorali del Veneto condizioneranno le candidature del centrodestra in Lombardia. Lo si diceva molto prima del voto di questi giorni per scegliere il successore di Luca Zaia, lo si ribadisce ora a risultato acquisito. Non certo per lo scontato successo della coalizione guidata da Alberto Stefani, quanto per il derby tra Lega e Fratelli d’Italia, i due partiti che si contendono il futuro capo di Palazzo Lombardia nella disputa alle urne fissata per il 2028, naturalmente salvo esiti diversi quanto improbabili della consultazione.

Chi dopo il leghista Attilio Fontana? Decisione foriera sin d’adesso d’un braccio di ferro che il Veneto ha risolto sul versante leghista: il partito di Matteo Salvini è in netto vantaggio sulla compagine di Giorgia Meloni. Un risultato che, se confermato, definirà una supremazia destinata ad avere ricadute sulle future scelte lombarde. In Veneto, a una prima lettura dei dati, i meloniani si attestano molto al di sotto della Lega, che invece si conferma, con ampio margine e a dispetto della bassissima affluenza alle urne, il primo partito. Effetto Zaia che prolunga la sua influenza sull’elettorato, benché escluso (terzo mandato) dalla gara per la presidenza? Elettori che continuano a credere nel messaggio leghista nonostante il disagio di un partito che ha ridotto al lumicino l’attenzione alla cosiddetta “questione settentrionale”? Le risposte meriterebbero un’analisi approfondita, impossibile in questa sede.

Per la Lega veneta, il “doge” Zaia rappresenta pur sempre un valore aggiunto, difficilmente equiparabile. Il discorso riguarda però soltanto il Veneto, in Lombardia è tutta un’altra storia. Facile supporre che Fratelli d’Italia, che ha ceduto il candidato presidente in Veneto proprio a Salvini, rivendicherà comunque la leadership lombarda. Dalla sua c’è il consenso che resiste nelle altre parti del Paese. Il duello è apertissimo, anche se prima del 2028 interverranno le elezioni amministrative e, soprattutto, le politiche. Qui viene il bello: c’è chi a Roma ipotizza un election day già nel ’27, spingendo Fontana alle dimissioni così da assicurargli un posto in Senato. Un’ipotesi, appunto. Ma tutt’altro che peregrina, che anticipa i tempi di una consultazione che per la più importante regione italiana ha sin d’ora il sapore di una vera e propria sfida tutta interna al centrodestra.

Il rapporto tra i partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini in Veneto non determinerà quindi solo i nuovi equilibri della Regione simbolo della stagione identitaria e autonomista di Luca Zaia, ma verrà preso a riferimento della partita in corso per la Lombardia, per i suoi assetti politici e gli organigrammi. Per i quali la Lega di Salvini accampa un diritto di prelazione, per la sua storia, per quello che ha rappresentato la stessa regione fin dall’era bossiana, per un Veneto che, piaccia o no, rimane contiguo a un percorso che resiste ed è in controtendenza ai rovesci elettorali che la Lega ha registrato altrove. Per dirla in un altro modo, una roccaforte che va politicamente in soccorso della dirimpettaia terra lombarda.

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