«La libera professione è un diritto, ma non può negare la prestazione pubblica. Il problema nasce quando ci sono più prestazioni a pagamento che in Ssn, quando l’attesa pubblica è di sei mesi e l’intramoenia di due settimane. Se lo sbilanciamento nega il diritto alle cure, è verosimile ipotizzare una sospensione temporanea».
È quanto ha affermato il ministro della Sanità Orazio Schillaci. Parole che hanno subito sollevato un dibattito con relativa creazione di fazioni tra i medici professionisti. Ora, dire che la soluzione prospettata dal ministro sia la medicina giusta per risolvere l’atavico bubbone delle liste d’attese è forse presto. Quello che è certo è che, l’attività intramoenia lascia spazio a una serie di questioni irrisolte. Andiamo con ordine.
Nessuno può negare che, accanto alla carenza di personale medico (e non solo), l’altro tallone d’Achille del sistema sanitario nazionale sono le liste d’attesa. Criticità che sembra refrattaria a ogni rimedio. Anche perché non è che si possa risolvere con la bacchetta magica.
Detto questo però, è forse venuto il momento di interrogarsi sul perché un paziente può accedere a un esame diagnostico in 7 giorni anziché in 9 mesi nel momento in cui dal sistema pubblico, passa al servizio intramoenia. Ovvero: come mai, il paziente che si rivolge al medesimo ospedale, per sottoporsi al medesimo esame diagnostico (ad esempio un’ecografia), utilizzando la medesima apparecchiatura (l’ecografo del reparto ospedaliero), con lo stesso medico, si trova davanti una forbice di tempistiche troppo divaricata?
Eppure stiamo parlando dello stesso medico che, in ambito pubblico, dovrà fissare l’appuntamento del paziente a 9 mesi di distanza, mentre in intramoenia, quindi utilizzando privatamente strutture e strumentazione dell’ospedale pubblico, i tempi si riducono a pochi giorni.
Quindi, il primo obiettivo dovrebbe essere ridurre l’abissale differenza di tempistiche. Oltre che chiedersi se sia corretto che un’apparecchiatura pagata con soldi pubblici debba essere utilizzata anche per visite private, nel momento in cui non ha un’incidenza decisiva nel taglio delle liste di attesa.
Infine, siccome la questione è complessa, è necessario anche cambiare punto di vista e fare una riflessione “dalla parte dei medici”. Ovvero: la prestazione privata in ambito pubblico ha un costo per il camice bianco, che deve “retrocedere” il 20 – 30% della parcella all’Azienda ospedaliera per l’utilizzo degli spazi e dei macchinari. Ora, è normale che il servizio pubblico vada all’incasso dal momento che la prestazione medica dovrebbe servire a ridurre i tempi e le liste d’attesa?
Interrogativi che possono anche apparire in alcuni casi estremizzati, ma che in realtà riconducono non tanto alla fredda dichiarazione del ministro, quanto al fatto che l’abbinamento “pubblico-privato intramoenia” per come è stato pensato, con l’esplosione delle liste di attesa, risulta essere un sistema inefficace. Perciò da ripensare, non sulla base delle sole esigenze mediche-aziendali, bensì su quelle del paziente.
