La democrazia delle tessere

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Diceva Winston Churchill: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate sinora”. Ma poi diceva anche: “La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato”. Scomodiamo niente meno che Churchill per parlare della democrazia delle tessere nei partiti, con riferimento, guarda un po’, a Gallarate e Busto Arsizio. Nelle due città, la fase pre-congressuale di Forza Italia, è caratterizzata dal proliferare di nuovi iscritti, coinvolti dai capataz degli opposti schieramenti che si contendono la segreteria.

I famosi cacicchi di Elly Schlein presenti un po’ dappertutto, specialmente in assenza di leader riconosciuti e con personaggi più o meno affidabili, politicamente poco strutturati, che si agitano in prima linea oppure sullo sfondo per primeggiare ai vertici locali. E per raggiungere il loro obiettivo tirano letteralmente in campo una moltitudine di persone invitate (si può dire invitate?) ad iscriversi al partito per poi esprimere il loro voto a favore del candidato di riferimento. Succede così che la sola Gallarate abbia un numero di aderenti a Forza Italia pari al 13 per cento degli iscritti a Milano, 50mila abitanti rispetto al milione e mezzo del capoluogo. Percentuale meno eclatante a Busto Arsizio, ma pur sempre sorprendente.  Se consultassimo internet scopriremmo che altri centri, prossimi o reduci di recente dai congressi cittadini forzisti, si trovano nella stessa condizione di boom partecipativo.

Tutto credibile? Pensiamo al Partito democratico e all’elezione della Schlein. Al voto nei gazebo erano ammessi iscritti e simpatizzanti al Pd. Lì non c’entravano le tessere, piuttosto un eccesso di democrazia che, di fatto, ha falsato l’esito della consultazione piddina. Alle urne si sono riversate frotte di “disturbatori” che hanno contribuito a mischiare le carte e, quindi, a determinare uno sbocco non previsto. Nulla da eccepire: la democrazia è la democrazia, però c’è un però. Al punto che, non più tardi di ieri, 16 marzo, un autorevole esponente dem, Dario Nardella, parlando della questione del ReArm a Bruxelles, ha dichiarato: “Senza disciplina di partito il Pd sarebbe una banda di smandruppati”. Nardella non è Churchill, per carità, ma il richiamo alle regole, anche in senso lato, ci pare inoppugnabile. Ne sa qualcosa di più o, meglio, ne sapeva di più in fatto di regole la Lega, che ai suoi congressi concedeva il diritto di voto soltanto ai militanti, proprio per evitare il tesseramento libero, illimitato e sconsiderato dell’ultima ora.

Inutile tornare sulle distorsioni della politica nel nostro Paese, ci basti ricordare come il sistema elettorale in vigore sia una sorta di truffa democratica, con gli eletti scelti prioritariamente dalle segreterie dei partiti. Tutto o quasi, sotto il segno della poca serietà, se non della barzelletta. Come quella volta che a Milano, alla convention dei Cristiani Popolari, una sola persona, titolare di alcuni Caf in provincia di Varese, mobilitò le più classiche delle truppe cammellate: dieci bus di partecipanti convinti di presenziare a un incontro conviviale e non politico. “Perché siamo qui? – rispose uno di loro all’intervistatore della tv – Non lo so, ci hanno detto che si mangia”.

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