di Massimo Lodi
Ora la destra italiana è pronta a prendere il Trump. Salir sopra una delle carrozze del treno ipercapitalista che viene dall’America, cercare d’agganciarvi vagoni europei, carezzare il sogno di farsi un giorno locomotiva continentale. È l’ambizione della Meloni, presente -lei sì, i colleghi Ue no- all’Inauguration Day di Washington; sembra la convenienza generale, nazionalista e oltre. Gli affari sono affari. Anche/specialmente in politica.
Il nuovo leader Usa lancia un discorso spavaldo, enfatico, aggressivo. Zero istituzionale: non punteggiato di riguardi, prudenze, sobrietà. Spregiudicatamente of rupture, ben sapendo ch’essa (la rottura) arriverà solo fino a un certo punto. Prendiamo il tema numero uno, l’immigrazione: vengono criminalizzati milioni di messicani, se ne annuncia lo sgombero, ma per cacciarli dove? E chi al posto della moltitudine respinta, in un’economia di cui viene dichiarato l’arrembante progresso (tanta produzione, tanti produttori), anzi l’età dell’oro? E fino a qual punto confidare sulla propria autosufficienza, imponendo dazi e tariffe all over the world, salvo qualche corner amicale, tipo la zona Giorgia?
Trump declama messianico: ecco il giorno della liberazione. Scorda d’esser già stato al comando degli Usa per un quadriennio, ingabbiando il Paese nell’impasse che favorì l’avvicendamento alla Casa Bianca. E dimentica d’aver ispirato la rivolta di Capitol Hill, esibendo uno stile opposto a quello degli avversari, ligi al verdetto che nel novembre scorso li ha sconfitti. Nel 2021 la ribellione al giudizio popolare, nel 2025 l’osservanza. Un rimarcabile solco tra due cifre di governance, utile al di là/al di qua dell’Atlantico. C’è chi osserva le regole, chi no.
Valuteremo quanto del manifesto neo-conservatore verrà realizzato. Trump resta un presidente, pur ergendosi ad autocrate. Il sistema della più collaudata democrazia moderna conserva pesi e contrappresi da cui l’eletto sarà condizionato: gl’impediranno eventuali/pericolose derive, e s’egli dovesse cedere a sbandamenti, le elezioni parlamentari di mid-term potrebbero privarlo della maggioranza necessaria a realizzare molti progetti.
Detto questo, appare chiaro che siamo di fronte a qualcosa di superiore a un cambiamento di guida nel dominante Paese dell’occidentalismo. Siamo di fronte a una rivoluzione epocale, guidata dai guru tecno-right, i pensatori della trasformazione digitale che ci condurrà chissà dove, con quali progetti, quali conseguenze, quali destini. Quali vantaggi, quali pegni, quali ambasce. È un processo che dall’America si estenderà al pianeta intero, e perfino oltre nella chiacchiera visionaria del tycoon, indicatrice addirittura d’un non lontano sbarco su Marte.
Il Trump futurista ribalta il Giustiniano passatista: ad impossibilia nemo tenetur, diceva quello. Nessuno è tenuto a cose impossibili. Ad impossibilia quisque tenetur, fa capire questo. Chiunque può conquistare l’impensabile. Un messaggio d’esagerato/voluto ottimismo allo scopo d’allargare la platea dei protagonisti d’un mondo che rifiuta il pessimismo cupo/piagnone appartenente ai rinunciatari: date retta a me, dice Donald, e qualcuno di voi -forse molti di voi- entrerà un giorno nel novero dei plutocrati che, col sostegno divino, mi hanno incoronato capo. Make America Great again è una fede, il suo predicatore garantisce la felicità, pur non arrivando a promettere il Paradiso. Questo, anche no. Attualmente. Thank you.
