La frana colpa del menefreghismo

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Anche la frana di Niscemi è “una tragedia annunciata”. Frase che ricorre puntuale ogni volta che nel nostro fragile e vulnerabile Paese accade qualcosa di drammatico, una catastrofe o un disastro dovuto ad eventi naturali. Appunto, annunciati. Non si può più sentire questa frase, come fosse una giustificazione, un’autoassoluzione di chi avrebbe dovuto prendere atto dell’ “annuncio” e invece l’ha ignorato. La precarietà idrogeologica dell’Italia è nota da sempre e, da sempre, si tende a passare oltre, confidando nella buona stella. Che esiste soltanto negli auspici di politici, amministratori, funzionari disattenti (ma vorremmo usare ben altro aggettivo). E esiste in quei cittadini che costruiscono in luoghi a rischio, infischiandosi dei pericoli, delle regole, del senso civico e della necessaria prudenza. Prevenzione? Certo, a parole.

Così, ogni volta che succede ciò che nessuno aveva pensato potesse succedere, parte la gara allo scaricabarile. I cittadini incolpano il Comune, il Comune la Provincia, la Provincia la Regione, la Regione lo Stato; le colpe sono di tutti, non sono mai di qualcuno, in un indecoroso balletto delle responsabilità che, con la frana di Niscemi, assume toni grotteschi se non fossero tragici. Lì, a leggere le cronache, si scopre che fin dal 1997 si ipotizzavano “interventi urgenti” per contenere possibili conseguenze per la conformazione idrogeologica della collina su cui è costruito il paese. Quasi trent’anni di incuria e menefreghismo.

Il 1997, attenzione, non l’altro ieri. Anno di uno smottamento che, per fortuna, ebbe limitate conseguenze. Ma che era, guarda caso, un annuncio. Così si è andati avanti tra perizie, progetti, fondi assegnati e scomparsi nei labirinti della burocrazia e dei misteri istituzionali; tra sciatterie magari volute e fitta corrispondenza di enti campioni nel pasticciare, rinviare e complicare le procedure. Finché anche la frana ha perso la pazienza e si è messa in movimento. Con tutto quanto ha comportato, comporta e comporterà.

L’apice della vicenda è che il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, ha anticipato l’apertura di un’inchiesta. Che sarà anche su se stesso, essendo stato eletto presidente della Regione Sicilia nel 2017. Per dirla in un altro modo, è tra le autorità che sapevano, che avrebbero potuto e dovuto fare, ma non hanno fatto. Musumeci partecipa ora al rimpallo delle responsabilità. Cosa ci si può aspettare d’altro? Bè, non c’è mai fine al peggio. Per mettere in sicurezza quel che resta di Niscemi servirebbe subito un primo stanziamento di 30 milioni di euro, quando, secondo gli esperti, sarebbe bastata la realizzazione di una rete di convogliamento delle acque piovane di qualche centinaia di migliaia di euro per evitare il disastro.

“I soldi si trovano” tranquillizza il ministro Matteo Salvini, pronto a mandare al diavolo coloro i quali suggeriscono di stornare i fondi per il “mitico” Ponte sullo Stretto, bloccato dalle riserve della Corte dei conti e da dubbi progettuali. Sono 13 miliardi di euro, mica bruscolini, che potrebbero essere spesi per ricostruire le case agli sfollati e per ulteriori lavori di prevenzione non solo a Niscemi. Ma Salvini li difende contro ogni ragione. Il “ponte è il ponte”, panacea di tutti i mali di una Sicilia che, in attesa che si apra il cantiere per la mega opera (campo cavallo che l’erba cresce), sta franando e fa i conti con la mancanza di strade, ferrovie, ospedali e infrastrutture efficienti e funzionali. Anche questo è un “annuncio”  che la politica, una certa politica, ignora bellamente. E non si sa perché. O forse si può immaginare, ma non si può dire.

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