La guerra si complica

guerra iran arabia usa
Il principe saudita Mohammad bin Salman

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani l’ipotesi di una nuova Hormuz aleggiava da tempo. Al centro dell’attenzione torna il passaggio di Bab-el-Mandeb il passaggio largo poche decine di Km che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso il canale di Suez, al mar Mediterraneo. La rotta del mar Rosso ha assunto un’importanza decisamente maggiore perché non è più il consueto corridoio di transito tra Europa ed Asia che è stato per lungo tempo. Di fatto rappresenta una delle principali alternative allo stretto di Hormuz. Ad esempio, i flussi di petrolio attraverso lo stretto di Bab-el-Mandeb sono saliti secondo gli ultimi dati a circa 5,4 mln di barili al giorno nel primo trimestre del 2026 mentre produttori e operatori commerciali cercavamo vie alternative a causa delle interruzioni dello stretto di Hormuz.

Lo stretto di Bab-el-Mandeb funge già da via alternativa per il petrolio. Ad annunciare un embargo “marittimo” contro l’Arabia Saudita basato sul principio dell’”occhio per occhio” sono stati i ribelli Houthi che dagli anni ’90 combattono il governo yemenita sostenuto da Riad. I recenti attacchi sauditi contro l’aeroporto di Sana’a dopo il riaccendersi del conflitto USA-Iran hanno fatto da evento scatenante. Gli Houthi controllano la costa yemenita dello stretto e hanno dimostrato di saper impiegare missili antinave, droni e altri armamenti per rendere pericolosa la navigazione commerciale. I loro attacchi a partire dal 2023 hanno indotto numerose compagnie di navigazione a evitare il mar Rosso nonostante lo stretto non sia mai stato fisicamente bloccato. Il possibile stop di Bab-el-Mandeb significherebbe mettere a rischio 7,4 mln di barili di petrolio quotidiani che Riad fa transitare ogni giorno dallo stretto, pari a circa il 7% della produzione mondiale.

Gli Houthi hanno dunque colpito il principale terminale di esportazione del petrolio saudita e questo ha costituito un colpo durissimo all’architettura di potere che il principe saudita Mohammed bin Salman ha voluto costruire. Di fatto Riad è stata costretta a rispondere. L’Arabia Saudita ha scelto di entrare in guerra perché gli attacchi alle infrastrutture energetiche da parte delle milizie filoiraniane hanno costituito di fatto un punto di rottura gravissimo.

Secondo Francesco Anghelone, coordinatore di ricerca all’Osservatorio sul Mediterraneo, attraverso l’attacco alle milizie irachene, l’Arabia Saudita miraa ridefinire il proprio ruolo nella regione mediorientale”. Inoltre afferma che: “Riad oggi deve scegliere se restare esclusivamente spettatrice del conflitto, subendone i danni. Oppure essere più assertiva da un punto di vista militare”. Riad mira a lungo termine a indebolire l’Iran e a giocare un ruolo di leadership nella regione. L’Arabia Saudita inizia a pensare che la minaccia proveniente dall’autoproclamato Asse sia superiore ai rischi di un coinvolgimento diretto nel conflitto.

Per molti mesi il principe ereditario Mbs ha cercato di tessere insieme due strategie apparentemente contradditorie. Da una parte ha conservato l’alleanza militare con gli USA, indispensabile per la sicurezza del suo paese, dall’altra ha cercato di ridurre le tensioni con l’Iran, arrivando persino a ristabilire le relazioni diplomatiche grazie alla mediazione della Cina. Appariva un segnale per un Medioriente meno dipendente dalle antiche divisioni. L’operazione militare congiunta con le forze statunitensi racconta invece un’altra realtà. Quando sono in gioco gli interessi vitali del regno, Riad torna a scegliere senza esitazioni il vecchio ombrello strategico americano.

Non è la prima volta che i sauditi reagiscono manu militari alle provocazioni iraniane, ma finora ciò era accaduto con un profilo assai basso, “in silenzio”. Oggi Washington e Riad rivendicano insieme l’operazione e questo è certamente un messaggio “forte” diretto a Teheran. L’Arabia Saudita è una potenza non solo finanziaria ma anche militare. Spende molto per la difesa e dispone di una delle aviazioni più moderne del Medioriente. Anche se non cambierà il corso della guerra, Riad ha deciso di utilizzare apertamente lo strumento militare che aveva costruito con decenni di investimenti per difendere la propria sicurezza.

Come afferma l’ottimo Rampini il dato geopolitico è chiaro: l’architettura delle alleanze americane nel golfo non si è indebolita. Questo episodio racconta che quando la sicurezza delle loro nazioni e delle loro economie viene minacciata, Mbs e gli altri leaders arabi continuano a considerare gli Stati Uniti i garanti indispensabili per la stabilità regionale. Sullo sfondo c’è anche l’accordo annunciato da Washington e Riad sulla cooperazione per l’impiego del nucleare a scopi civili. Alcuni temono il riaccedersi di una corsa sfrenata agli armamenti nella regione. Il timore è ragionevole. Ma subito si accende la domanda su come impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare senza offrire qualche garanzia di sicurezza ai rivali.

Ormai è in uso calcolare gli errori strategici compiuti dagli americani e dagli israeliani (ed anch’io li ho segnalati più volte) in questo conflitto. Occorre però osservare che anche la leadership iraniana (quale che essa sia) ne ha compiuti davvero molti e continua a collezionarli. L’idea che il terrorismo verso gli stati arabi vicini potesse incrinare il loro legame con l’America è risultata davvero molto sbagliata. In effetti ha ottenuto il risultato opposto. Ha rafforzato il sistema di alleanza costruito da Washington ed ha convinto persino il prudente Mohammed bin Salman ha palesarsi ed a combattere.

Ora effettivamente appare il rischio di una ulteriore escalation della guerra. La decisione delle milizie sciite filo-iraniane in Iraq di colpire l’Arabia e la successiva risposta militare congiunta di Washington e Riad sul territorio iracheno aprono concretamente un nuovo fronte di guerra. Teheran e i suoi alleati regionali potrebbero usare l’attacco contro le milizie irachene come pretesto politico per intensificare ulteriormente i lanci di missili e droni contro le infrastrutture energetiche saudite e le basi della coalizione. Ogni nuovo attacco iraniano alle raffinerie o alle vie di transito del petrolio costringerebbe Riad e Washington a replicare con nuova forza militare.

Cari amici vicini e lontani è questo l’inizio di una spirale di rappresaglie reciproche che potrebbe continuare per lungo tempo? E nel caso, che ricadute appariranno sullo scenario geoeconomico globale? La guerra si complica e fare previsioni è davvero molto difficile.

guerra iran arabia usa – MALPENSA24
Visited 171 times, 1 visit(s) today