La legge del coltello. E dell’indifferenza

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“Come ci comporteremmo se fossimo testimoni di una aggressione, difenderemmo l’aggredito/a o guarderemmo altrove”? La domanda sorge spontanea alla notizia di una giovane modella di origine brasiliana presa di mira, nei giorni scorsi su un treno regionale, da uno straniero (poi arrestato) nell’indifferenza dei numerosi passeggeri.

Sono stati minuti per me infiniti di aggressione fisica, mentre provavo a scappare e l’unica cosa che mi ha salvato la vita è stato il mio spray al peperoncino, perché le persone osservavano senza provare ad aiutarmi” ha raccontato la ragazza. L’aggressione è avvenuta su un treno in Brianza. La giovane ha lanciato un appello in rete, pubblicando un video nel quale grida contro l’uomo che l’ha appena picchiata: “Perché, dimmi perché, mi hai dato un pugno in faccia”, mostrando i segni dell’aggressione sulle braccia e sul volto e pubblicando la foto del suo aggressore.

E chi c’era? Qual è il motivo del mancato intervento di qualcuno in difesa della giovane? Scarso senso di solidarietà, apatia, codardia, freddezza, cos’altro? E se fosse soltanto paura? Forse non è sufficiente a giustificare la totale inerzia di fronte a un evento come quello appena raccontato, ma si può comprendere. Viviamo in una società violenta, aggressiva, intollerante a tutto. Vige la legge del coltello, che compare in ogni circostanza, libera gli istinti peggiori con le conseguenze che tutti conosciamo. Le armi da taglio non sono più soltanto un dato di cronaca, ma rappresentano una vera e propria particolarità antropologica, pericolosa, inquietante. Ne consegue che l’allarme sia collettivo, così che ci si ripari da possibili fendenti con la passività.

Una forma di autodifesa sintomo di una patologia diffusa nella società: basta un nonnulla per scatenare reazioni inconsulte, fino alle estreme conseguenze. Giornali e Tv si occupano sempre più spesso di liti, anche per futili motivi, che sfociano in ferimenti che nulla hanno a che fare con i duelli rusticani ma, più semplicemente e in modo preoccupante, rimandano a una aggressività che sembra non avere più freni. Un modello di vita che le giovani generazioni vanno acquisendo in scia ai disvalori dentro la scuola, nella famiglia, nell’informazione, nei social: violenza e intolleranza sono i pilastri della nuova legge della giungla nelle città.

Certo, l’immigrazione ha aggravato lo stato delle cose, ma non si può limitare la questione soltanto alla presenza di stranieri che delinquono e che non conoscono le regole della civile convivenza. Il fenomeno è diffuso, riduttivo circoscriverlo ad alcune categorie. Ce lo dicono le cronache, lo ribadiscono i dati ufficiali (a Milano poco meno di 4000 episodi violenti in un anno con una lama da taglio). Il tutto, sommato alla percezione dell’insicurezza oramai dominante, produce timore, ansia, apprensione. C’è chi volge il problema in politica (“Sindaci assenti”, “Governo incapace”, “Norme permissive”), ma forse dovremmo andare oltre, soffermandoci sul malessere generale di una società che sembra impazzita. E ci rende freddi e insensibili di fronte anche a una persona in difficoltà. Una noncuranza che finisce per sconfinare nel menefreghismo.

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