di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, Putin “assicura” l’Europa che non ha alcuna intenzione di invadere i paesi europei né di provocare in alcun modo la Nato. Però, giorni fa, ha annotato che nel caso in cui fossero consegnati all’Ucraina i famosi F16, gli aeroporti eventualmente coinvolti dal loro decollo diventerebbero “bersaglio legittimo ovunque si trovino.” Recentemente ha impegnato truppe russe dislocate ai confini occidentali a svolgere esercitazioni simulando l’impiego di armi nucleari “tattiche”. In realtà intorno alle molte affermazioni dello “zar” vi è molta retorica che, in un periodo di guerra, fa parte della comunicazione ad hoc. D’altra parte, occorre riconoscere che molti paesi europei iniziano a riflettere sulla necessità di una difesa europea soprattutto nel caso in cui, dopo le lezioni Usa di novembre, l’America decidesse di diminuire o cancellare l’ombrello protettivo che fino ad ora ha steso sui paesi europei (ed ha pagato) proprio attraverso la Nato. Facciamo il punto.
Il Trattato del Nord Atlantico (Nato) fu firmato a Washington il 4 aprile 1949 dai 12 paesi fondatori: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo,Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti. In seguito si aggiunsero nel tempo Bulgaria, Estonia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Turchia, … La ratifica da parte dei parlamenti nazionali fu assai veloce anche se vi furono contestazioni in Italia e in Francia da parte dei rispettivi partiti comunisti locali. Anche allora i tempi si complicarono rapidamente. Il 29 agosto 1949 l’Unione Sovietica fece esplodere il suo primo ordigno nucleare; in autunno venne proclamata la Repubblica Popolare Cinese; nell’anno successivo a giugno la Corea del Nord invase il sud dando inizio alla Guerra di Corea. Il 9 maggio 1955 fece il suo ingresso in seno alla Nato la Repubblica Federale Tedesca, faccenda che ovviamente non piacque all’Unione Sovietica che s’impegnò ad organizzare il Patto di Varsavia, l’alleanza militare fra gli Stati socialisti del blocco orientale.

Con il disfacimento dell’Unione Sovietica e, per conseguenza, del Patto di Varsavia, sembrò che la Nato perdesse di interesse militare e quindi politico. Seguì un periodo dove lo strano convincimento dei paesi europei che la guerra non sarebbe più stata possibile sul continente, addormentò i governi sul divano della presenza militare americana che garantiva ciò che rimaneva della sicurezza europea. Facevano eccezione l’Inghilterra e la Francia che però avevano avuto due leader di grande carisma e di ampia visione geopolitica come Margaret Thatcher e Charles de Gaulle, che tennero in grande considerazione le forze armate nazionali con il relativo impegno economico. La Francia rientrò in seno all’organizzazione atlantica il 4 aprile 2009 dopo 33 anni mantenendo, tuttavia, un deterrente nucleare indipendente.
Arriviamo ai nostri giorni dove l’aggressione all’Ucraina ha determinato un improvviso allarme nelle “cancellerie” occidentali. Come diretta conseguenza dell’invasione, sia la Svezia che la Finlandia hanno presentato domanda di adesione nel giugno 2022; la Finlandia ha aderito il 4 aprile 2023 e la Svezia l’11 marzo 2024.
Molti ricordano l’articolo 4 del Patto Atlantico che recita: “Le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata.” La Polonia è l’ultima potenza ad avere invocato questo articolo, un’azione che prima di allora avevano compiuto la Turchia (ben quattro volte tra il 2003 e il 2020), la Lettonia, laLituaniae laPolonia in occasione dell’invasione russa della Crimea e infine la Bulgaria, laRepubblica Ceca, l’ Estonia, laLettonia, la Lituania, la Polonia, la Romania e la Slovacchia il 24 febbraio 2022. Questa, una data non casuale poiché corrisponde al giorno dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina. Strettamente legato a questo contesto è l’articolo 5 della Nato, che recita: “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse […] assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo […] l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata”. In sostanza se una nazione facente parte della Nato venisse attaccata, le altre sarebbero in dovere di intervenire con tutti i loro mezzi a disposizione, compresi quelli militari.
Al momento attuale, al quartier generale della Nato a Bruxelles fervono le iniziative. Intanto sono stati dislocati 100.000 militari della “Forza Rapida” in Polonia (soldati super addestrati) con grande soddisfazione del premier Donald Tusk. La manovra sarà completata a giugno con lo schieramento di 300.000 uomini e donne in divisa lungo il confine orientale europeo, con particolare attenzione ai paesi baltici. Il presidente ceco Pavel si è impegnato alla ricerca di un sostegno economico per aiutare l’esercito di Kiev, soprattutto per quanto riguarda l’artiglieria che scarseggia di munizioni. Pare sia arrivato ad annotare una spesa di 1,8 mld ed ha incoraggiato i paesi europei a fare altrettanto.
Nonostante la tiepidezza di molti governi dell’Europa che guardano soprattutto alle prossime elezioni, molti stati hanno aderito alla colletta fra i quali Germania, Olanda, Norvegia, Svezia, Portogallo, Belgio Polonia, Canada e Francia. Manca l’Italia nonostante sia noto e spesso sottolineato il nostro sostegno al governo Zelensky. A proposito della Francia è da annotare la finale dell’incontro fra il presidente Macron, che recentemente ha mostrato i muscoli militari, e l’omologo cinese Xi Jimping. Di fronte alle cortesie francesi e dopo l’intervista di Macron all’Economist dove annotava la possibilità di un intervento occidentale in caso di una débâcle ucraina, all’ospite cinese sarebbe costato certamente poco fare un riferimento anche molto generale ad una possibile soluzione negoziata e di equilibrio fra le due nazioni in guerra. Silenzio, un rumoroso silenzio. Dopo l’Ungheria il leader cinese incontrerà l’amico Putin ed è facile immaginare come racconterà il suo viaggio in Europa.
Cari amici vicini e lontani, è vero che siamo in un periodo elettorale ma forse sarebbe bene che gli europei cominciassero a pensare che la pace non nasce dalle buone intenzioni, né dai peana dei pacifisti. La pace vuol dire qualcuno disposto ad affermarla, a sostenerla e a difenderla anche con le armi.
