di Gian Franco Bottini
Che fossero 50.000 o solo 30.000 poco importa; era comunque una piazza piena di gente quella di Roma, convocata dal giornalista Michele Serra, da subito dichiarata “civica”, apartitica, internazionale e destinata a riconfermare la necessità di una Europa più forte, ridando un po’ di benzina all’idea che si può essere “politicamente diversi ma uguali in quanto europei”. Per quanto risulta una partecipazione del tutto volontaristica, con nessuna bandiera diversa dalle migliaia di quelle europee sventolanti, nessun servizio d’ordine che controllasse l’aderenza a schemi prestabiliti e molte, moltissime persone che davano il sentore di trasversalità politica.
Qualcuno, visto questo nostro apprezzamento, ci darà del sinistrorso, ma vi assicuriamo invece trattarsi di una valutazione senza pregiudizi, per una manifestazione che, per la sua non scontata laicità, pensiamo lascerà un segno. La comprensibile diffidenza, e conseguente assenza, dei rappresentanti politici dei partiti di maggioranza avrebbe potuto dare alla manifestazione una colorazione ben definita, tendente al rosso. Ciò, visti i riscontri successivi, non è avvenuto grazie alla evidente trasversalità delle persone presenti e al rispetto di tutte le opinioni . Talmente diverse, le opinioni emerse, circa il “riarmo”, la guerra , la pace, l’Ucraina, l’America e così via, che anche chi era intenzionato a classificarla una manifestazione di sinistra lo ha potuto poi fare molto timidamente.
Ciò a significare che l’obiettivo “Europa” era realmente la sentita ragione per la quale decine di migliaia di persone si erano mobilitate, uscendo dai personali modesti “giardinetti” della politica nazionale. E ciò a significare che la difficoltà del momento ha toccato la pelle della gente alzandone molto la sensibilità; da tempo ciò non avveniva, con tale riscontro, per una ragione di generale interesse.
Accresciuta maturità delle persone? Emergente spirito civico ? Risposta negativa: preoccupazione o, se preferite, “strizza”! Le truculente esternazioni “trumpiane” ci hanno fatto sentire improvvisamente soli e come in balia di una tempesta, dopo 80 anni passati a ritenere che l’America avesse sempre a disposizione un ombrello, per proteggerci dalle intemperie. Ma la storia va interpretata non solo nel momento in cui essa si crea ma anche per le sue ricadute future e, credeteci, fra i tanti problemi che minaccia di crearci, Trump ci ha fatto il grande favore di costringerci a prendere atto che la festa è finita, che l”Europa” è indispensabile per il nostro futuro ma che essa non potrà essere quella di oggi.
Niente di nuovo per la verità; lo sapevamo da tempo e tante volte nel passato ce lo siamo detto; una sorta di ignavia , ma più che altro le furbizie e gli egoismi individuali, hanno sempre impedito di metterci mano. Oggi, però, a un profondo restyling non si può sfuggire perchè, oltre al presente, c’è in ballo il futuro delle future generazioni. L’Europa va ridisegnata mettendo a fattor comune i temi che la possano identificare come una sorta di “stato federale” (in primis politica estera, difesa, commercio, fiscalità etc), con una struttura di governance in grado di saper bilanciare le diversità dei Paesi aderenti per poter, democraticamente, gestire l’eliminazione dell’attuale diritto di veto.
Passaggi non facili da digerire sia all’interno dei vari Paesi sia, successivamente, all’interno della intera Comunità, dovendo evitare qualche defezione perché l’integrale tenuta dell’attuale compagine europea dovrà essere il primo segnale di forza e stabilità, che possa candidare l’Europa ad essere uno dei veri players mondiali. Una operazione tutt’altro che facile e di tempi brevi, perché bisognerebbe costruire prima la “casa”e poi riempirla di “mobili”, ma i tempi, più che probabilmente, non lo consentiranno.
Ciò comunque non giustifica soluzioni affrettate come la rapidità con la quale “la Ursula” (donna notoriamente di “lento pede”) in pochi giorni ha buttato sul campo un piano di “riarmo”europeo, probabilmente da tempo in qualche cassetto, creando il dubbio di una sua taratura sulla necessità di conversione industriale tedesca e relative necessità d’investimento. Qualche perplessità sul caso specifico e sulla creazione di un “precedente”, può far nascere il dubbio che la nuova “casa” sia un pensiero ancora lontano o addirittura indesiderato da qualcuno.
Non c’è dubbio che l’Europa, data la situazione venutasi a creare, abbia bisogno di sicurezza (nelle sue molteplici accezioni) e di capacità difensiva autonoma, purché il tutto faccia parte di un “sistema”, per motivi di efficienza e di economia. Un sistema del quale oggi non c’è traccia. La sconclusionata corsa al “ferro”, nella modalità recentemente proposta dalla Von der Leyen, è il peggior segnale per una “nuova Europa”. Come dire, con il Gattopardo: “Cambiare tutto per non cambiare niente”.
bottini piazza nuova europa – MALPENSA24
