di Massimo Lodi
Non riconoscersi nel Manifesto di Ventotene, come ha dichiarato alla Camera la presidente del Consiglio, significa non conoscere (non voler conoscere) la storia. Al netto della valutazione che il documento fu scritto nel ’41 in un’isola dove stavano ottocento confinati, e poi ridefinito nel ’44, e dunque pensato-steso in un periodo specialissimo di guerra/persecuzioni; messa nell’angolo questa non banale noterella, e reso omaggio ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni cui dobbiamo gratitudine perenne, resta lo stupore amaro di fronte a una sortita così urticante.
Il Manifesto di Ventotene merita la definizione di pergamena sacra della libertà, dei diritti, del progresso. Un insieme nel quale benissimo identificarsi, e guai a non farlo. Perché significherebbe, significa stare dalla parte dei nazionalismi e dei loro eccessi in avversione all’unità garantita solo dall’illuminato federalismo europeo. A questo guardavano i padri ideatori d’un Continente che -teatro del mortifero conflitto bellico innescato dai dispotismi tedesco e italiano- poteva/doveva rinascere sulle basi d’una nuova democrazia partecipativa. Non si trattava d’una scelta in chiave socialcomunista, come s’è voluto far credere estrapolando qualche parola da un contesto di ben differente significato; si trattava di un’opzione favorevole ad accorciare le distanze fra primi e ultimi. Dunque non balordamente rivoluzionario, e invece genuinamente popolare.
S’ignora dunque cosa impedisca di corrispondere a princìpi grazie ai quali si è successivamente formata -nonostante difficoltà e avversioni- l’Europa contemporanea. Se ha un difetto, è di essersi riconosciuta solo fino a un certo punto (non adottando per esempio il citato federalismo) nell’appello di chi auspicò l’unione. Avrebbe dovuto farlo molto di più. Gl’italiani che si ritengono italiani sul serio, cioè davvero patrioti, serbano una memoria grata agli estensori del Manifesto di Ventotene. Peraltro ben comprendendo che l’intemerata della premier aveva il probabile scopo di spostare l’attenzione -in un momento difficile per lei e il centrodestra- su altro di diverso dal trumpismo pervasivo, dalle richieste Ue di riarmo, dall’imbarazzante surplace indecisionista del governo. Esso sì, manifesto (Manifesto). E nel quale non riconoscersi.
