Mentre a Roma, alla festa di Atreju, Giorgia Meloni rilancia l’azione di governo e la sua leadership, menando fendenti contro tutti e tutto, a Milano, Matteo Salvini va sulla difensiva. Il neo segretario della Lega Lombarda, Massimiliano Romeo, e il governatore della regione, Attilio Fontana, ripropongono, riscuotendo applausi scroscianti, la questione settentrionale. “Se non parliamo più del Nord, al Nord i voti non li prendiamo”. E’ fin troppo esplicito Romeo, eletto per acclamazione dal congresso milanese alla guida del movimento in Lombardia, quando si rivolge al segretario federale mettendo sul tavolo il problema politico e, soprattutto, identitario della Lega che, diventata “nazionale”, ha abbandonato a se stesso, o quasi, il suo territorio d’origine. Fontana, addirittura, ai giornalisti dice che gli piacerebbe tornare ai tempi di “Padania libera”. E Giancarlo Giorgetti, dopo avere in qualche modo rinnovato fiducia a Salvini (“Abbiamo bisogno di un capo che va rispettato”), denuncia nostalgia per i manifesti con la gallina dalle uova d’oro, auspicando addirittura – fonte Corriere della Sera – che vengano tutelati dall’Unesco.
E il “povero” Matteo? Non molla l’idea di una Lega che guardi all’intero Paese, che sì, continui a occuparsi delle regioni del Nord, ma con lo sguardo proiettato su tutta la nazione. Per poi appellarsi alla necessità di “essere comunità”, di evitare “litigi nel nostro accampamento perché siamo sotto attacco”. Poco prima, Attilio Fontana gli aveva fatto sapere, se mai non lo sapesse, che i nemici della Lega sono fuori, ma alcuni sono anche dentro il partito. E Romeo non aveva usato perifrasi avvertendo la necessità che la base torni ad avere voce nelle decisioni “ora prese da un comitato ristretto”.
Lo scenario è un po’questo, alla luce di consensi elettorali in rapida discesa e di una forza d’interlocuzione con gli alleati di centrodestra poco determinante. Dova sta andando Salvini? Dove sta portando la Lega, Salvini? Dove l’ha già portata? Domande che hanno fatto da sfondo alla kermesse congressuale di domenica, che svelano, se non un clamoroso dissenso, quanto meno un malcontento, un disagio evidente rispetto a una politica che, in questo momento storico, non riflette affatto le esigenze di chi, per dirla con Fontana, “accetta i sacrifici, tiene in piedi la baracca e, in cambio, riceve sberle”. Insomma, sotto sotto, ma neanche tanto, s’invoca una svolta. E con essa il ritorno alle battaglie movimentiste di un tempo.
Romeo accenna al rafforzamento della cosiddetta corrente nordista che, secondo il suo parere, sarebbe funzionale ad aumentare il potere contrattuale della Lega, in special modo sui temi dell’autonomia e del federalismo fiscale. Un po’ quanto sostiene il cosiddetto Comitato Nord costituito dai militanti della Lega, ma che sinora sembra aver lavorato sottotraccia, forse per timore della reazione di Salvini. Che però rimane il Capitano, per il quale nessuno ha la capacità e gli strumenti politici per scalzarlo, ma che non è più l’indiscusso capo. Certo, la questione settentrionale è lì, in secondo piano per il primato del “partito nazionale” voluto dal segretario. Ma mai come ora oggetto del confronto interno che, dalla Lombardia, al Piemonte e, attenzione, al Veneto, rappresenta molto più di un semplice tema programmatico.
Nel frattempo, si moltiplicano le iniziative esterne per recuperare gli ideali del Bossi-pensiero. Tante iniziative, in verità senza un seguito concreto, però rappresentative di un dissenso diffuso. Non a caso, proprio domenica in concomitanza con il congresso di Milano, Paolo Grimoldi, espulso da Salvini dopo una lunga militanza al vertice della Lega Lombarda, ha consegnato a Umberto Bossi, che l’ha accettata, la tessera numero uno del nascente Patto del Nord. Nulla di determinante, molto rispetto alla posizione di colui dal quale tutto è cominciato.
Romeo è segretario della Lega Lombarda: «Parliamo di Nord o non ci votano più»
