Quell’ “imbarazzante” pronunciato da Emanuele Antonelli, sindaco di Busto Arsizio, al convegno organizzato dall’Ordine degli avvocati bustocchi sulla situazione degli uffici dei giudici di pace, suona addirittura riduttivo rispetto a un contesto giudiziario drammatico. Certo, imbarazzante per un Paese che non riesce a riformare nel profondo il sistema della giustizia, che si perde nelle polemiche, che trascina da decenni il confronto sulla separazione delle carriere trasformandolo in uno scontro politico e tra la politica e la magistratura; un Paese che le statistiche rilegano agli ultimi posti per celerità e efficienza dei processi rispetto alle nazioni occidentali e non solo, che chiacchiera e litiga presentando il conto del bailamme ai cittadini.
Lo dicono i numeri. Ne bastano due di quelli comunicati al convegno bustese: su 8.696 decreti ingiuntivi depositati a Busto ne sono stati sinora emessi 1.873. E gli altri? Chiusi negli armadi in attesa che qualcuno se ne prenda carico e li renda efficaci. Stiamo appunto parlando dei giudici di pace, un settore della giustizia tra i più penalizzati proprio per le gravi e croniche carenze degli organici. Al punto che una causa intentata oggi rischia di essere discussa tra quattro o cinque anni, se va bene. “Con le nuove competenze, saremo al collasso” viene ribadito con insistenza. Un allarme che al momento rimane senza esito, inascoltato da una classe dirigente superiore concentrata sulla grande riforma costituzionale, esattamente sulla separazione delle carriere dei magistrati e sulle modifiche per l’elezioni del Csm.
Argomenti di sostanza, in ballo dai tempi di Berlusconi e ora riproposti come fossero risolutivi di tutti i problemi. Sappiamo che non è così. Lo sappiamo anche noi comuni cittadini che, come si diceva, paghiamo il conto di ritardi, disfunzioni e squilibri. Di procedimenti che rimangono fermi per anni, che arrivano alla sentenza definitiva dopo un iter che spesso non è lineare, tra primo, secondo grado e cassazione, secondo una tempistica accettabile. Colpa di organici scoperti, mai al completo, con tutte le conseguenze immaginabili e, purtroppo, reali.
Succede a Varese, ad esempio. Succede a Busto Arsizio, dove non sono soltanto i giudici di pace a soffrire per il personale che non c’è, ma anche procura e tribunale, la cui giurisdizione è da qualche anno più ampia, con Malpensa che incombe con le esigenze giudiziarie di una grande città, con Legnano e tutta la sua area di riferimento che ha di botto aumentato i carichi di lavoro. Qui, in provincia di Varese come in quasi tutta Italia. Un problema enorme, che la novità del processo telematico, per dirne una, non serve ancora a risolvere.
Non abbiamo gli strumenti né la competenza per indicare le misure giuste per cancellare i tanti, troppi disagi. Ciò che ci appare è però un quadro di riferimento disastroso, testimoniato dagli addetti ai lavori, dalle cronache, da chi subisce gli effetti di una tale situazione che si riflette anche sul sistema economico più in generale. Così che il passaggio tra l’imbarazzo e il dramma è scontato, quasi definitivo. Ne sono tutti consapevoli, ai diversi livelli. Ne sono consapevoli in primis il governo e il ministro della Giustizia, esattamente come ne erano consapevoli coloro che li hanno preceduti. Con quali risultati, purtroppo lo stiamo vedendo, lo vede chi frequenta i tribunali e subisce le conseguenze del mondo dell’ingiustizia.
Giudice di Pace al tracollo, il grido d’allarme degli avvocati di Busto
