di Ivanoe Pellerin
“Tempo, tempo, che cos’è il tempo? In Svizzera si fabbrica, in Francia è fermo, in Italia lo sprecano, in America dicono che è danaro e in India non esiste. Per me il tempo è una truffa.” Queste parole sono tratte dalla sceneggiatura del film “Beat the devil” (Il tesoro dell’Africa, 1954) di John Huston. I dialoghi sono di Truman Capote.
Cari amici vicini e lontani, questa mia riflessione è stata stimolata dalla lettura di qualche tempo fa di un libro curioso, originale, scritto con l’intento di far riflettere sul destino dell’uomo ma nello stesso tempo di far sorridere sull’incredibile fatica e difficoltà che scienziati, santi e filosofi hanno incontrato nell’eterna ricerca dell’orologio universale e del suo significato. “La truffa del tempo” di Armando Torno (1999) è un libro di buona lettura, facile, intelligente e stimolante come una simpatica bevanda gassata quando si ha molta sete, se l’Autore mi permette un impertinente accostamento.
Il problema del tempo, se di problema si può parlare, è per me particolarmente presente e rilevante, forse perché dopo 45 anni di medicina accanto al sofferente lo ritengo importante e affascinante e mi spinge con forza a farmi quelle domande che tutti gli uomini, immagino, si sono fatti prima di me. Alcuni fisici ci assicurano che il tempo è nato prima del Big Bang, alcuni filosofi che regola l’anima dell’uomo, alcuni teologi che dobbiamo confrontarlo con Dio. Ognuno farà la ricerca che gli parrà più opportuna ma credo che la domanda sia ancora molto attuale.
Riferisco le parole dell’Autore che riporta alcuni frammenti dell’incontro con Josif Brodskij (uno dei maggiori poeti russi del XX° secolo, premio Nobel 1987): “Non si può capire l’acqua, perché è come capire il tempo. L’una e l’altra non si afferrano, ma sono in noi. Siamo fatti d’acqua e di tempo …” E ancora: “Un giorno ti accorgerai che la bellezza è semplicemente un frammento di eternità che si mostra, così come una goccia d’acqua si unisce all’altra per sfuggire al tempo”. Ecco così inizia un’incredibile avventura fatta di emozioni, sentimenti, riferimenti, affermazioni intorno all’inesauribile problema. Letteratura, filosofia, scienza ma anche riflessioni e la ricerca della consapevolezza intorno al tempo. “Consapevolezza”, una parola importante che mi coinvolge e mi spinge a qualche commento.

Nelle ultime pagine del libro, l’Autore ricorda di essere stato in una profumeria nel cuore di Parigi e di essere stato colpito dalla passione con la quale le clienti, oggi anche i clienti, chiedevano notizie o assaggi dei prodotti. La considerazione di Torno era che nel negozio si vendeva un po’ di giovinezza, seppure come apparenza. Ogni boccetta, ogni crema prometteva di ingannare leggermente il tempo. Compravano del tempo e allora? Era un reato? Una vanità? Assolutamente No. Esercitavano soltanto un loro diritto, combattendo una battaglia che i filosofi hanno sempre condotto compulsando le opere dei loro predecessori e gli astronomi osservando il cielo. Tutti cerchiamo di scendere a patti con il tempo, di averne per noi una parte maggiore di quella assegnataci. E poi non è detto che il tempo si capisca meglio in un osservatorio astronomico piuttosto che in un’esposizione di profumi.
Comprendere il tempo è anche viverlo, è cercare di non avere troppe contusioni al suo passaggio. Chi non ha mai tempo è povero come chi non ha denaro; ve la ricordate l’identità tempo è uguale a danaro? Ed è inutile avere tanto denaro se non si ha tempo, perché si vive come chi ha tanto tempo e non ha denaro, cioè come un mendicante. Ecco il nostro è il mondo di chi non ha mai tempo. Viviamo con premura ogni cosa ed è come se non vivessimo alcunché. Accelerare troppo il tempo di una vita è come se si ordinasse a una orchestra di suonare tutto il brano in pochi secondi: alla fine la melodia suonata dall’orchestra si trasformerebbe in un orribile rumore. L’unica verità che abbiamo trovato è che il tempo non sappiamo esattamente cosa sia, ma c’è. Noi possiamo anche non occuparci di lui, è certo però che lui si occuperà di noi.
Marie de Hennezel nel famoso libro “La morte amica” (1996) scrive: “La vita mi ha insegnato tre cose: la prima è che non potrò evitare né la mia morte né quella dei miei cari. La seconda è che un essere umano non si limita a ciò che vediamo o crediamo di vedere: è sempre infinitamente più grande, più profondo di quanto lo si giudichi con i nostri criteri inadeguati. E poi non è mai prevedibile, è sempre in divenire, potenzialmente capace di realizzarsi, di trasformarsi attraverso le crisi e le tribolazioni della vita.”
A ben considerare forse mai il rapporto con la morte è stato povero come in questi tempi di aridità spirituale (termine che utilizzo in modo ampio, senza riferimento alle confessioni) tempi nei quali gli uomini, nella fretta di esistere sembrano eludere il mistero, ignari di prosciugare così una fonte essenziale del gusto del vivere. Credo di poter affermare di avere una consapevolezza precisa della fine della vita, ma non della morte come “evento in sé”, avendo in questo ambito le stesse difficoltà di tutti gli esseri umani, non potendola conoscere di fatto.
Per me è inevitabile fare riferimento alla medicina palliativa, poiché considerare il paziente soggetto e non oggetto delle cure cambia profondamente il modo di fare medicina. Il paziente come soggetto ha valori unici, articola scelte e preferenze, si autodetermina in base alla sua concezione della qualità di vita che gli rimane da vivere. Oggi il paziente ha paura che quello che il medico potrà fare, non corrisponda al suo vero interesse. Teme cioè che il medico metta tutti i suoi sforzi e impieghi tutte le sue possibilità terapeutiche sul versante del prolungamento della vita ad ogni costo (solo il tempo), ma faccia mancare proprio quello che l’inguaribile richiede. Si tratta essenzialmente di due cose: non soffrire e non essere lasciato solo. Per entrambe (la sofferenza e la solitudine) l’Operatore sia esso medico, infermiere, volontario, psicologo o semplice amico solidale ha bisogno di un prezioso elemento: il tempo, poiché senza tempo la ricerca del tempo non è possibile.
Forse il tempo è il più preciso sinonimo della vita: non è il problema filosofico di Platone o di Agostino o la sorgente poetica di Dante e di Eliot; è semplicemente il solo bene che ciascun nato alla vita si trova, grazie agli Dei, al caso, alla necessità, alla provvidenza ed ai genitori, nella scarsezza dei talenti naturali. Quello e non altro: la nostra corsa breve o lunga che sia, facile o impervia, ha quel giudice di gara. Mezzo e fine, sul tempo ci giochiamo l’avventura del vivere.
Cari amici vicini e lontani, nel romanzo più famoso della Yourcenar, un importante imperatore filosofo, giunto ormai alla fine della vita, riflette sulla morte e afferma che non bisogna mai perdere di vista il grafico dell’esistenza. Esso “… non si compone mai, checché si dica, d’una orizzontale e di due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: esse corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato.”
pellerin tempo truffa – MALPENSA24
