La volontà di resistere dell’Ucraina

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, il 24 febbraio è iniziato il quinto anno della guerra più lunga combattuta in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un primato drammatico che fotografa non solo la durata, ma anche l’intensità e la profondità delle sue conseguenze. Nei quattro anni precedenti gli ucraini si sono guadagnati la fama di un popolo difficilmente domabile. Andrea Graziosi, importante storico italiano di area riformista e liberale, ha giustamente scritto che dovrebbero “vergognarsi” o quantomeno chiedere ammenda coloro che hanno raccontato la favola degli ucraini che stavano “combattendo una guerra per procura”.

L’autocrate russo ha scommesso su una “guerra lampo”, una sorta di blitzkrieg di tedesca memoria basata sull’uso di formazioni corazzate con attacchi rapidi e travolgenti per ottenere rapide vittorie. Questa tattica, di solito attribuita al generale Heinz Guderian, nacque per superare le barriere della trincea. Ovvio che le tecniche militari di oggi sono lontane anni luce dalle concezioni degli anni Quaranta. Eppure, per strano che possa apparire, la logica dell’attacco russo ha ricalcato quelle vecchie teorie. Per l’Ucraina il secondo anno di guerra è stato particolarmente difficile quando è fallita la controffensiva guidata dal generale Valerji Zaluzxnji (che fu costretto a dimettersi) e il quarto anno quando è sembrato venir meno l’appoggio degli Stati Uniti e quando Trump si è mostrato ostile nei confronti di Volodymir Zelensky. L’Ucraina poi è stata sottoposta a un tragico bombardamento soprattutto su obiettivi civili che l’hanno costretta a subire un inverno in condizioni drammatiche.

Non esiste una dottrina Trump, non in politica estera. Il presidente americano è pronto a rimangiarsi tutto quello che diceva fino all’altro ieri e a fare l’esatto contrario. Non siamo più alle “conversazioni” e alle strette di mano di Anchorage. Putin lo ha deluso, lo ha beffato, lo ha ingannato e Trump ha cambiato strada. Ora non può più accettare che l’Ucraina ceda quei territori che i russi non sono riusciti a conquistare ed anche che (udite, udite) vengano tenute “libere elezioni” sotto i bombardamenti, faccende che, anche a parere di Paolo Mieli (Corriere della Sera del 22 febbraio), non avrebbero comunque definito le condizioni per una pace possibile. Putin può ora capire che le promesse di Trump sono a geometria variabile e che il pellegrinaggio dei leader europei alla Casa Bianca con la richiesta delle “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina ha cambiato lo scenario.

Mi spiace segnalare che in questi quattro anni i russi, con quelle tecniche molto conosciute all’epoca dell’Unione Sovietica, sono riusciti a convincere una certa parte della comunità europea delle loro “buone” ragioni riuscendo ad allontanarla da Kiev. Sono riusciti a convincere persino che l’Ucraina era sul punto di soccombere nonostante l’avanzata dell’armata russa non si possa contare in chilometri ma in metri. A proposito di questa formidabile armata segnalo che oltre ai nordcoreani, sono attualmente migliaia gli africani mandati a farsi massacrare sul fronte del Donbass. I paesi dell’Africa coinvolti in questo genere di operazioni sarebbero trentasei e ai primi di marzo il ministro degli Esteri di Nairobi Musalia Mudavadi andrà a Mosca a chiedere chiarimenti intorno a questi volontari reclutati con l’inganno. Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, dal 2022 le forze russe avrebbero subito circa 1,2 milioni di perdite tra morti e feriti in Ucraina.

Allo stato attuale sembra che la politica di Washington sia orientata a ignorare la Russia. La pace di Gaza è stata siglata senza invitare “l’amico” Putin, il blitz in Venezuela ha blindato l’invio del petrolio a Cuba, da tempo protettorato russo, e ha messo in difficoltà quello verso la Cina, la minaccia militare sull’Iran, da sempre coniugato con Mosca, è sul tavolo. La marina militare statunitense ha iniziato ad abbordare le petroliere di quella flotta fantasma con la quale Mosca cerca di aggirare le sanzioni internazionali. Le penalizzazioni imposte nell’ottobre 2025 alle compagnie petrolifere hanno portato alla paralisi della Lukoil, uno dei giganti russi del settore. Le pressioni sull’India hanno ridotto in maniera cospicua l’acquisto del petrolio di Mosca e di conseguenza le entrate relative. Così oggi all’inizio del quinto anno di guerra l’insieme di queste azioni ha probabilmente spento qualsiasi fiducia di Putin verso “l’amico” Trump.

Al netto di un sostanziale stallo sul campo e nei negoziati di pace, la guerra ha già trasformato radicalmente l’Ucraina: società militarizzata, economia riconvertita allo sforzo bellico, milioni di sfollati e un’identità nazionale ulteriormente consolidata dall’esperienza della resistenza. Allo stesso tempo, il conflitto ha ridefinito l’assetto della sicurezza europea. La spinta al riarmo, l’allargamento della NATO, la centralità del fronte orientale e la riduzione della dipendenza energetica da Mosca segnano una nuova fase strategica. L’annunciato disimpegno americano ha accelerato il dibattito sull’autonomia strategica europea, rendendo la guerra un punto di svolta storico per l’intero continente. La Polonia ha già realizzato un esercito molto attrezzato e, mentre quattro anni fa la Bundeswehr si era assunto il compito di addestrare i soldati ucraini all’uso delle armi moderne, ora è Kiev ad inviare i suoi istruttori in Germania per istruire sull’uso dei moderni droni, peraltro forniti dalla stessa Ucraina poiché persino Berlino si è orientata verso un accelerato riarmo.

Strategicamente, è difficile sostenere che Putin stia vincendo: voleva rendere l’Ucraina russa, ma il paese si è invece avvicinato all’Europa. Puntava a fermare l’espansione della NATO, eppure Finlandia e Svezia hanno successivamente aderito all’Alleanza. Allo stesso tempo, il conflitto continua e l’Ucraina sembra decisa a non cedere e a difendere eroicamente il suo territorio metro dopo metro.

Cari amici vicini e lontani, all’inizio del quinto anno di guerra è difficile credere che gli ucraini non vogliano continuare a difendere la loro patria ad oltranza. Sembra che il Cremlino sia disposto e capace di continuare a combattere ancora per molto tempo. Sarà proprio il fattore tempo, a definire le sorti di questo conflitto: la capacità di sostenere uno sforzo bellico di tale intensità, unito alla capacità dell’Ucraina di resistere e alla volontà dei paesi occidentali di sostenerla.

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