L’allarme clima “chiama” anche i sindaci

allarme clima sindaci

Il nubifragio – l’ennesimo della serie – che ha sconvolto la serata di lunedì 23 agosto nel Basso Varesotto e in parte nei territori circostanti, verso Milano, Como e la Brianza, ci induce a tornare su un argomento mai affrontato a sufficienza: l’emergenza climatica. Vero, ne abbiamo appena parlato in un altro editoriale, per questo non intendiamo ripetere gli stessi concetti (chi ne ha voglia può andarselo a rileggere cliccando sul link); intendiamo però ribadire ciò che oggi è diventato l’ovvio: non possiamo più far finta che non esista il problema. Lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle, affrontando e sopportando le torride temperature di quest’estate, per fare poi i conti con i rovesci d’acqua, i venti improvvisi e rovinosi, con il cosiddetto downburst causa di danni nei posti dove colpisce.

Ne sanno qualcosa i vigili del fuoco che lunedì hanno risposto a centinaia di chiamate di soccorso, sono intervenuti per liberare le strade dagli alberi letteralmente sradicati dalla furia degli elementi, per svuotare cantine allagate e, addirittura, mettere in sicurezza abitazioni con il tetto volato via. Conseguenze disastrose, insomma. Alle quali, a quanto pare, dovremo abituarci, ma senza che l’abitudine si trasformi in rassegnazione. Gli studiosi della Columbia University ci fanno sapere che nel 2027 sarà ancora peggio, con la colonnina del termometro in costante salita e i suoi effetti ancora più preoccupanti. Per dirla in un altro modo, siamo obbligati a fronteggiare in modo concreto il caldo e gli incendi, la siccità e le inondazioni, le bufere di vento e le ripercussioni economiche di una situazione che rischia di diventare drammatica.

In attesa che la politica alta prenda in mano il problema, ragionando su come ridurre le emissioni di gas serra (per gli esperti sono la causa principale dello sconvolgimento climatico), tocca alla politica, diciamo così, periferica attrezzarsi alla bisogna. Tocca ai sindaci e alle loro amministrazioni cominciare a gestire seriamente la questione climatica e le fragilità idrogeologiche; mettendo in sicurezza il territorio e facendosi trovare pronti nell’eventualità di emergenze ambientali e strutturali che, purtroppo, stanno diventando normalità. Squadre locali di protezione civile, certo. E soldi postati nei bilanci di previsione, nei quali di solito non vengono iscritti significativi ripari finanziari per le conseguenze di ciò che non può più essere considerato semplice maltempo.

C’è bisogno di una nuova responsabilità amministrativa rispetto al nuovo contesto climatico e ambientale. Che richiede una programmazione finanziaria e urbanistica all’altezza delle necessità del clima che cambia, che è già cambiato e che pretende un’attenzione particolare comune per comune, città per città, paese per paese, a seconda della conformazione morfologica, della presenza di corsi d’acqua, di aree boschive o, più banalmente, località sinora risparmiate dalla forza distruttiva della natura, ma oggi anch’esse esposte alle bizze atmosferiche. Continuare a far finta di niente equivarrebbe a negare l’evidenza , derogando alle responsabilità per le quali gli amministratori civici sono stati eletti. Compresa l’incombenza di lavorare per un futuro migliore.

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