L’astuzia di Giorgia Meloni conquista Donald Trump

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Donald Trump e Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

Meloni esercita al meglio, dati i tempi, l’arte diplomatica. Bisogna incontrarsi a metà strada, dice nello Studio Ovale in tema d’Europa e Usa. Trump la gratifica di stima personale (great person, l’amica speciale) e per la prima volta dichiara che sì, nonostante nel passato gli americani abbiano subìto fregature, un’intesa col resto del mondo occidentale è realizzabile. Disponibilità a trattare sui dazi e non solo, si concluderebbe. Tuttavia, be careful, attenzione: The Donald cambia umore, idea, decisioni da un attimo all’altro e dunque guai a illudersi.

Però Giorgia riesce a tenere insieme l’appartenenza ideologica (il conservatorismo) con l’appartenenza geopolitica (l’Ue). Non esprime giudizi netti sulle scelte -follie? Eh sì, follie- economico/finanziarie del presidente. Potrebbe obiettargli molto, a cominciare dagl’infondati giudizi sulle presunte turlupinature inflitte al mondo yankee. Gli obietta zero. Guarda avanti anziché il contrario. Vediamoci a Roma, noi europei e voi americani, e discutiamo: un punto di concordanza/comprensione lo troveremo.

Trump apprezza, sembra remare da un no verso un sì pur fra ambigue sfumature, però a contare è il segnale di disgelo che lancia dopo il faccia a faccia. Dunque un primo passo di positiva intercessione si può giudicare compiuto, adesso dovrebbe seguirvi il secondo, dopo il vis-à-vis di Meloni con Vance a Roma. Ci s’immaginava nulla di più gratificante dalla trasferta italiana alla Casa Bianca: certo la titolare di Chigi non disponeva (le era vietato di disporre) d’un mandato per conto di Bruxelles, e tuttavia s’è adoperata come se ne disponesse (non le era vietato dall’abilità personale nel gioco di squadra con Von der Leyen). Evitando di scendere sul terreno del tornaconto nazionalistico e badando invece -applausi- al vantaggio della rete di nazioni che dan vita all’Europa.

L’unica via percorribile nel bilaterale Usa-Italia era quella dell’utilità strategica. Ed è stata percorsa. Nel nome del realismo scaltro da parte della premier. Nel nome d’un attendismo di cui si vedrà l’evoluzione da parte del tycoon. Pronuba d’augurabili patti lei, non ostacolatore d’un avvio di confronto dialettico lui. Giorgia ne esce con un valorizzato ruolo di mediatrice: non gliel’aveva formalmente assegnato alcuno, gliel’ha sostanzialmente riconosciuto il suo interlocutore. Ritagliando all’Italia una funzione determinante nel futuro delle sorti internazionali. Mica male, a proposito di standing tricolore.

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