Cielo grigiastro, pioggerellina, umidità abbondante. Un caldo fastidioso. In attesa della cronosquadre pomeridiana, e prima di una visita al museo di Salvador Dalì, è il momento per riordinare le idee dopo una viaggio estenuante, nove ore in auto. Anche per fare il punto su #lavueltaamimanera. Siamo a Figueres, in Catalogna, finalmente in Spagna ma di certo non la mia regione preferita. Anzi.
Partenza all’alba
Ieri la giornata è iniziata presto, partenza da Torino alle 6.30. Questo trasferimento, più o meno 800 chilometri, mi mette un po’ in ansia. Penso che nel ’79 sono partito da solo da Rogoredo, quartiere di Milano, per il mio primo viaggio verso questa terra che mi ha stregato. Con una Dyane 6 e, vuoi per risparmiare, vuoi per ideologia, senza fare un metro di autostrada. Prima tappa con pernotto a Narbonne, per terra in benzinaio. Seconda tappa, San Sebastian in un camping. Ma ero senza tenda e diluviava. Soprattutto non mi piaceva che a ogni angolo di strada ci fosse la Guardia Civil con i mitra. Erano anni di tensione sociale. L’Eta faceva paura. Inversione di marcia e via verso Blanes. Ma questa è un’altra storia. un altro viaggio.

Certo la macchina di oggi, una Ford azzurra presa a noleggio, è più comoda della Dyane color sabbia. Però ho anche qualche anno in più. Amen. Penso a chi guida tutti i giorni per lavoro. Ai camerieri, che considero facciano uno dei lavori più pesanti in assoluto. A chi fa sacrifici veri e non perché se lo è scelto. Del resto vengo da lì, padre operaio e madre bidella, e ne sono orgoglioso.
Targa in vista
Targa di Malpensa24 sul cofano in bella vista e via. Anche di questo sono orgoglioso. Ainara, una mia amica oltre che bravissima collega, l’altro giorno mi ha detto che le è sembrato strano come mi sono presentato alla conferenza stampa degli Uae: “Sono Claudio Ghisalberti per Malpensa24”. Era abituata a sentire il mio nome legato alla Gazzetta. Ovvio, prima ero in un giornale molto più prestigioso. Ma senza libertà di esprimermi. Tornerò sull’argomento.
L’incontro
Punto verso il Frejus, ovvero il percorso alternativo alla tappa. Però arrivato all’imbocco del tunnel c’è coda e scopro che per il transito non si paga un biglietto, ma è un salasso. Hop, in ricordo di quel memorabile viaggio, rapida inversione e via verso Oulx. A Claviere c’è Matteo che si allena. Prima ci beviamo un caffè e facciamo quattro chiacchiere. Matteo è un ragazzo juniores che corre nella Otelli. L’ho preso a cuore perché merita: persona perbene prima di tutto, poi è intelligente. Ha anche tanta passione, grinta e buonissimi valori in bici, quei famosi 6 watt/kg in salita che definiscono il motore. Ha tutto per emergere. L’anno prossimo sarà in un’ottima squadra Continental.
Monginevro e Lautaret
Il Monginevro e il Lautaret, come mi succede con quasi tutti i posti visitati con l’affanno delle corse, non me li ricordavo. Sono bellissimi. per strada qualche ciclista e, ogni tanto, gruppetti di rifugiati. Chissà da dove arrivano, magari da qualche villaggio del Sahara, e dove andranno. Nonostante la bella giornata sono quasi completamente coperti. Mi viene in mente Manu Chao che canta “Clandestino”. Cerco la canzone nel mio smartphone: “Pa una ciudad del norte yo me fui a trabajar / Mi vida la dejé entre Ceuta y Gibraltar / Soy una raya en el mar, fantasma en la ciudad / Mi vida va prohibida, dice la autoridad”.

Salto Voiron
Non vado a Voiron, arrivo di tappa numero 4 di questa Vuelta. Salto e punto direttamente Figueres dove ho l’hotel prenotato. Andassi al traguardo finirei di lavorare alle 19 se tutto va bene. Poi avrei sette ore di auto nella notte. Non sarebbe una scelta intelligente. Troppo rischioso. La corsa me la guarderò in tv, come del resto si fa in sala stampa.
A Beziers una sosta tecnica. Lo spazio per parcheggiare è molto piacevole, infinitamente migliore di quello che si trova abitualmente sulle nostre autostrade. Il bar è disordinato, i servizi immondi. Veri cessi. Alè, via che la frontiera, anzi il confine, si avvicina.
Vedo il cartello azzurro con la scritta “España” e tiro un sospiro. Anche il telefono segreto, quello con Sim spagnola, prende la linea. Ci siamo davvero.
Jamon cortado mal
Come quasi mai mi capita, perché non mi piace, ceno nel ristorante dell’hotel. Posso iniziare senza un piatto di “Jamon Jabugo”? No! Lo accompagno con un “pan cristal y tomate” Il jamon, il prosciutto, non è affettato a regola d’arte, troppo grosso e irregolare. Il Jamon deve essere tagliato fine fine, fette grandi circa 4 centimetri. Anche l’impiattamento non è regola d’arte. Ma per questa volta non importa. Conta essere arrivati. Poi il risotto, con i finferli e la punta di sottofesa, invece è superlativo.

Il gruppo si allarga
Prima di addormentarmi, quando ormai è notte fonda, mi arriva un messaggio da Txomin, Domingo. Lui si, come gli altri colleghi del nostro gruppetto, ha fatto anche la tappa: “Abbiamo creato il gruppo #lavueltaanuestramanera”. So che mi prenderanno in giro da qui a Madrid. Lo fanno già da anni con due soprannomi, “Marques” o “Torero”. Mi diverte. Dicono che per ristoranti e hotel sono abituato troppo bene. Dicono anche che non mi hanno mai visto lavorare così tanto e con così entusiasmo. È la libertà e il sentirsi considerati.

