Che fine ha fatto Roberto Vannacci? Dalle Regionali toscane (ottobre 2025) a oggi se ne sono perse quasi del tutto le tracce. Il generale è rientrato tra i ranghi: la volontà di vannaccizzare la Lega si è sciolta come neve al sole. Anzi, nel Carroccio, c’è chi risponde al quesito con un’altra domanda: «Perché, Vannacci è ancora in Lega?».
Bene partiamo da qui, dall’ipotesi (qualcuno dice più di un’ipotesi) di un’eventuale uscita di scena del generale Vannacci. Non tanto dalla politica, quanto dalla Lega. C’eravamo tanto amati. Cambierebbe qualcosa in Lega?
La prima cosa da evidenziare è che l’uscita del governatore della Lombardia Attilio Fontana al congresso dei Giovani Padani a Busto Arsizio (settembre 2025) non è stato un colpo di cannone a salve, piuttosto la deflagrazione di un’insofferenza dilagante nei confronti del vannaccismo. È come se Fontana avesse tolto il tappo a una bottiglia lì lì per esplodere. O meglio, lo stop imposto da Fontana, da un lato ha risvegliato l’orgoglio del leghismo d’origine (che non tornerà, ma c’è e resiste), dall’altro è stato un segnale. Non per scatenare l’inferno, ma per evitare di finire negli inferi del patriottismo dell’ultradestra. Dopo di che è arrivata la Toscana, terra vannacciana e che nelle urne regionali ha voltato le spalle al generale. O meglio non è stata così chiara nel dare prova d’amore.
Ora, facciamo un ulteriore passo indietro. Alle ultime europee Vannacci ha fatto da mutuo soccorso alla Lega, ma ha sbagliato a credere di poter fare del partito un sol boccone. Diciamolo, ha tirato troppo la corda – con Salvini che gli ha dato corda oltre ai gradi di vice segretario – superando a destra lo stesso Capitano, che, reduce dalla sbornia elettorale del 30 e passa per cento, stava cercando una posizionamento per tamponare l’emorragia di consensi. Non dimentichiamo poi che Roberto Vannacci è entrato in politica con l’idea di fondare un partito. Quando ha fiutato l’occasione di “cannibalizzarne” uno già fatto e finito come la Lega non ha creduto ai suoi occhi. Erano i mesi in cui “il mondo al contrario” tirava, anche se andava di traverso a molti padani. Non a tutti. Qualcuno (più di qualcuno) ha subito il fascino della “divisa” e della mimetica (con o senza paillettes). Anche alle nostre latitudini: erano i mesi del furore bardelliano, dei canti notturni a Pontida con il generale, delle sue comparsate top secret in terra varesina, dei leghisti “carbonari” che giuravano fedeltà (per parafrasare un passo evangelico) al partito e, sotto sotto, adoravano “mammona”. Perché davvero, per i padani veraci, il patriota Vannacci era demoniaco.
E ora di quella ruggente parentesi cosa resta? C’è chi dice che manchi solo la tonda che chiuda quella fase, ovvero l’ufficialità di un addio. E che, se avverrà, l’uscita del generale non toglierà e non aggiungerà nulla. La Lega da mesi è già diventata altro. O meglio, ha già iniziato la metamorfosi, forse quella più complessa poiché deve tenere insieme il passato (federalista, de-centralista) al presente (è, a tutti gli effetti, un partito nazionale: cantare l’inno di Mameli non è più un reato politico nemmeno in terra padana) per guardare al futuro. La Lega del resto, nella sua storia ha già dimostrato più volte di “morire” e rinascere; di cambiar pelle senza cambiare l’antica scorza temprata dalle burrasche politiche; di vivere momenti di crisi e di catarsi. E, ogni volta, senza mai rinnegare il prima per il nuovo: da Bossi a Maroni, da Maroni a Salvini. I predecessori sono sempre presenti: il nuovo accanto al vecchio. Perché i leghisti, soprattutto quelli del Nord, sanno bene che quel che deve accadere accade.
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