Una scelta di Resistenza. In un libro la storia dei 409 internati militari di Legnano

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LEGNANOFiorenzo Barone, marinaio, classe 1920, abitava in via Volturno: rientrò dalla Svizzera il 17 luglio 1945. Non fu così fortunato Paolo Colombo, di un anno più anziano, soldato del 42° reggimento di fanteria: morì l’8 marzo del 1945 in Germania, nel campo di prigionia di Wuppertal. Sono solo due dei 409 Internati militari italiani (Imi) di Legnano censiti da Renata Pasquetto nel libro “Il valore di una scelta. 8 settembre 1943-25 aprile 1945. Gli oltre 400 Internati Militari Italiani (I.M.I.) di Legnano” (Mimesis, 661 pp., euro 36) presentato oggi, sabato 14 marzo, nella Sala Stemmi di Palazzo Malinverni dalla sezione cittadina dell’Anpi (nelle foto; in alto, il disegno della copertina opera di Viviana Tartarotti). Un tomo ricchissimo di informazioni tratte soprattutto dagli archivi militari, della Croce Rossa e del Comune di Legnano, inquadrate in un lungo excursus di storia nazionale e locale che parte dal primo dopoguerra e tratta anche le imprese coloniali e le spedizioni in Spagna e Albania degli anni Trenta, per arrivare fino al dibattito apertosi negli anni Sessanta sull’opportunità di concedere o meno agli Imi un indennizzo.

«Il libro parte molto prima dell’8 Settembre per capire i perché della scelta che maturarono molti anni dopo i soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi di non combattere più con i fascisti» spiega l’autrice, figlia di un Imi. «Da prigioniero dei tedeschi, mio papà fu mandato a costruire le V2 vicino ad Amburgo dove, d’accordo con altri lavoratori coatti, boicottò l’80% della produzione. Nelle lettere alla madre spiegava che non poteva prendere una licenza per sostenere gli esami universitari, o ricevere degli sci: questo la dice lunga su quello che si percepiva della condizione degli Imi».

Una pagina dimenticata. E distorta

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Da sinistra: Giuliano Celin, Giorgio Vecchio, Lorenzo Radice, Renata Pasquetto, Marco Brando e Primo Minelli

La presentazione del libro, che l’Anpi diffonderà nelle scuole della città, è stata l’occasione per parlare di una pagina dimenticata e distorta di storia nazionale. «Una pagina che io stesso ignoravo – ha ammesso il sindaco Radice – ma che c’è bisogno di far conoscere». Come ha rimarcato il presidente di Anpi Legnano e Milano Primo Minelli «a Legnano sono stati tanti gli uomini che si sono schierati con la Resistenza. Molti parenti delle persone citate nel libro ne hanno scoperto o ne scopriranno la storia proprio da esso: dopo la guerra molti Imi tornarono alle attività di sempre, non essendo militari di carriera, e preferirono non parlare di quello che avevano vissuto». Alcuni dei loro nomi sono noti, come quello di Luigi Caironi, divenuto poi per lungo tempo presidente della Famiglia Legnanese; quasi tutti portano cognomi legnanesissimi.

Tutti furono accomunati da una scelta: «Aver messo in gioco la propria vita per la libertà e la democrazia, la cosiddetta “resistenza bianca” – ha spiegato Giuliano Celin, vice presidente di Anpi Legnano – Il loro antifascismo era maturato anche prima in seguito alle vicende belliche e l’8 Settembre lo portò pienamente alla luce. Il tema dominante dei loro racconti è la fame».

La lunga lotta per la sopravvivenza

La loro vicenda è stata ripercorsa dallo storico legnanese Giorgio Vecchio e da Marco Brando, presidente di Anei Milano, l’associazione degli ex internati fondata dai primi reduci nel maggio 1945 e rifondata nel 2023. Su 1 milione di italiani in armi l’8 settembre 1943, alcuni si diedero alla macchia o resistettero ai tedeschi (come a Cefalonia) mentre 800.000 furono fatti prigionieri e portati nei territori del Reich; solo una minima parte (circa il 10%) aderì alla Repubblica sociale, mentre ben 650.000 non vollero continuare la guerra a fianco di fascisti e nazisti, neppure dopo aver constatato le dure condizioni cui erano sottoposti nei campi di concentramento. La loro non fu quindi “una scelta di comodo” come ebbe a dire Ignazio La Russa qualche anno fa.

Per classificarli fu coniato il termine di “internati”, non prigionieri, il che precluse loro le condizioni garantite dalla Convenzione di Ginevra, mentre per i tedeschi non erano nemici di guerra ma traditori. “Porci badogliani” li chiamava la popolazione civile del Reich quando ottennero la possibilità di lavorare fuori dai campi di prigionia. Più di 50.000 furono uccisi o morirono di stenti; gli altri furono costretti a lavorare in fabbriche e campi con un vitto decisamente insufficiente e in condizioni estremamente dure.

Vecchio: «Arricchite le nostre conoscenze»

L’attività svolta come “schiavi di Hitler” li bollò dopo la guerra come “quelli che hanno lavorato per i nazisti”. Le incomprensioni spinsero molti di loro a tacere il proprio passato, circostanza che ha favorito la lunga rimozione degli Imi e della loro obiezione di coscienza. «Qualcosa non ha funzionato nella nostra elaborazione storica – ha detto Brando – per ragioni politiche e non solo. Sui libri di storia tuttora non compaiono e gli insegnanti delle scuole non ne hanno mai sentito parlare. Degli 11 milioni di lavoratori coatti del Terzo Reich, gli Imi furono gli ultimi a tornare a casa; alcuni furono deportati dai russi come fascisti: i sopravvissuti tornarono in Italia solo nel 1948. I festeggiamenti per la fine della guerra erano finiti da un pezzo, nessuno capiva che cosa avessero fatto, anche per il racconto edulcorato dalla propaganda fascista che li aveva descritti come “entusiasti collaboratori dei camerati tedeschi”. Finirono così esclusi dalla memoria ufficiale. Per la monarchia erano scomodi, per il Msi traditori, per i repubblicani attendisti mentre la burocrazia di eredità fascista non aveva alcun interesse ad occuparsene. La loro – ha aggiunto il presidente dell’Anei – è stata una delle tante Resistenze: come quella delle donne di cui si sta cominciando a parlare da poco, dei soldati che combatterono a fianco degli Alleati, di quella di rom e sinti nei campi di prigionia».

Da ultimo, Vecchio si è detto «testimone degli Imi, perché due miei zii lo sono stati e quindi ho sentito parlare di queste vicende fin da ragazzo; di uno di loro ho pubblicato il diario. Sulle ragioni del ritardo storico che li riguarda, aggiungo la tendenza a rimuovere le sofferenze patite in guerra: i familiari hanno pensato che fossero in vacanza all’estero, e ognuno pensava che le proprie sofferenze personali fossero le più forti. Il contenuto del libro di Pasquetto – ha concluso lo storico legnanese – è molto più ricco del titolo, per il lungo inquadramento storico e perché si parla anche degli altri militari legnanesi, di fatti nazionali e locali, cui si aggiunge la mole di documenti reperita che arricchisce di molto le nostre conoscenze. Altro pregio, le appendici che ricordano anche i legnanesi caduti sui vari fronti».

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