Rilanciare la città di Varese post-industriale.Tema di sostanza che l’associazione “Varese sei tu” ha proposto con la presenza di due relatori d’eccezione, il ministro Giancarlo Giorgetti e l’amministratore delegato di The Europen House Ambrosetti, Valerio De Molli. Personalità sul cui prestigio non si discute, invitati a mettere a fuoco la realtà varesina e del suo territorio alla luce di un contesto economico, sociale e politico difficile, confuso e dal futuro al momento imprescrutabile, a Varese come nel resto del Paese. I motivi sono talmente noti che sarebbe pleonastico ribadirli.
“Varese sei tu”, presieduta dall’avvocato Sergio Terzaghi, è una associazione che si dice apartitica, ma che in verità si regge sulle spalle della Lega locale. Un’attività impostata su analisi congiunturali e di prospettiva, che tiene sullo sfondo le elezioni amministrative del prossimo anno. Appuntamento a cui il partito di Salvini riserva massima attezione nel tentativo di recuperare consensi per rimettere piede a Palazzo Estense con un suo sindaco. Obiettivo politico e amministrativo che parte da lontano con iniziative come quella organizzata nella sede di Varese Vive, in piazza della Motta, con Giorgetti e De Molli.
E allora, quanto è emerso durante il dibattito, moderato dal direttore della TGR, il varesino Roberto Pacchetti, non lascia spazio a fraintendimenti né, tanto meno, alle illusioni. L’ha certificato la serie di dati sulla scarsa attrattività del Varesotto e sugli indicatori fortemente negativi di un città e di una provincia che hanno perduto il loro appeal imprenditorale, sociale e finanche turistico (“Non abbiamo neanche un albergo a 5 stelle”). Scenario che Giancarlo Giorgetti chiosa con una frase rivelatrice: “Varese è ancora una città ricca, ma del suo passato”. Per dirla in un altro modo: non può più vivere di rendita. E per rimanere aggangiati a una ripresa invocata, cercata e (forse) avviata c’è bisogno di una condizione ineludibile: fare squadra. Vecchio refrain che ritorna ogni volta si parli di investimenti, di rilancio economico e infratrutturale, sociale e turistico: insomma, fare sistema “per ritrovare la cultura del fare”.
Lo ribasice più volte il ministro del Mef quale soluzione vera per il territorio, in un momento di particolare precarietà, dominato dalle guerre e dalle interferenze di “pericolosi” leader internazionali che ne condizionano i parametri economici e non solo. Considerazioni che chiamano in causa la classe dirigente anzi, le classi dirigenti della città e della sua area di riferimento. A cominciare dalla politica che ha il compito di mobilitare categorie, enti istituzionali ed economici, portatori di interessi e associazioni di settore, responsabilizzandoli rispetto a progetti e impegni che sono, sarebbero di tutti e per tutti. Con concretezza, al di là delle solite, oramai stucchevoli chiacchiere.
Politica accanto ai sindaci delle principali città come dei piccoli centri, indotti finalmente a superare le rendite di posizione e di campanile. Purtroppo ostacoli sinora insormontabili a causa di antistoriche contrapposizioni (pensiamo ai “derby” tra Varese e Busto o tra Busto e Gallarate). Chi più di un ministro dell’Economia e di un presidente di Regione (Attilio Fontana, presente in sala) hanno agio a muovere leve per spingere a condividere gli sforzi, gli impegni e le sfide; cioè, per definire indirizzi comuni capaci di risolvere gli impellenti quesiti della provincia di Varese post-industriale? Se non loro, chi?
Il ministro Giorgetti: «Varese terra ricca, ma non può più vivere di rendita»
