Liliana e il buonsenso del ricordo

segre memoria insulti
La senatrice Liliana Segre

di Massimo Lodi

Dall’America viene la rivoluzione del buon senso, come la chiama Trump. Non una novità. Tanti, nel passato più o meno recente, si sono ispirati a questo slogan. Anche in Europa. Anche in Italia. Anche qui nel Nord padano. Ma cos’è il buon senso, passando dalla teoria alla pratica? Il senso comune, viene risposto. Già, il senso comune. È sempre univoco/attendibile/giusto da seguire ed esaltare? O bisogna coglierne il meglio, scremare il peggio, ingegnarsi nella mediazione che permetta di trasformare in governance valida per tutti i segnali provenienti da molti, scartando il resto?

Bisognerebbe porsi questa domanda non durante le campagne elettorali, ma a bocce ferme. Con mente fredda. Nell’interesse non d’un comizio e invece d’una strategia. Diciamo/auspichiamo: a pro del tornaconto comune. Ecco, è la convenienza generale, il vantaggio collettivo, a doverci importare. O così almeno sembrerebbe. Un risultato che passa attraverso numerosi step, uno per esempio è la drastica rimozione delle fake news, ottenibile solo affermando verità sperimentate e sperimentabili. Compito che spetta alla storia, alla cronaca, all’onestà intellettuale di ciascun cittadino. Ruolo al quale ci si prepara imparando lezioni familiari, studiando nelle aule d’una scuola e specialmente applicandosi, solerti, nell’università della vita.

Purtroppo non pare essere costume prevalente/accettato. Così succede che un monumento ai principi della libertà, della morale, dello spirito civile, della grandezza d’animo come la Segre sia investito da cicliche ondate di livore, l’ultima delle quali a proposito del documentario intitolato Liliana e realizzato da Ruggero Gabbai. Ne è derivato il rifiuto della senatrice a un’iniziativa al Memoriale della Shoah di Milano. Una pietra d’inciampo, anzi un macigno, sulla strada lastricata di vergogne quotidiane che -in un’indecente scala dal minimo al massimo- siamo costretti a imboccare. Perché quanto sgorga sui social non può essere ignorato, entrando nel circuito dell’informazione planetaria: bisogna ingaggiarvi il confronto più stretto. Solo la persuasiva dialettica è in grado d’imporre il vero al falso, documenti alla mano.

È questo soprattutto da rammentare nella Giornata della memoria: che l’unica arma affilata della democrazia sta nell’esercizio della sua superiore cifra di senso comune (rieccoci, declinandolo in un’accezione chissà quanto ideale e chissà quanto diffusa) e cioè di quel sedimento positivo che resiste dentro quanti si considerano parte d’una comunità. Ne apprezzano l’idea solidale, la volontà al confronto, l’orizzonte di progresso. Combattono le derive demolitrici, l’ostilità preconcetta, il malanimo scioccamente rancoroso. Scioccamente non è avverbio messo qui a caso: è avverbio adatto ai tempi, pur se i tempi o non si accorgono della sua negatività o fan finta di non accorgersi. Sarebbe il caso di pensare una rivoluzione linguistica, forse e a sorpresa propedeutica al cambiamento social. Dunque sociale. Perciò etico. Infine politico. Il cambiamento che ha radice nella polis, l’habitat civico dove risiediamo tutti. A proposito di buonsenso del ricordo.

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