L’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università dell’Insubria, ateneo le cui sedi ufficiali sono suddivise tra Varese e Como (con Busto Arsizio “terzo polo”), ripropone, assieme al rinnovato invito del presidente di Villa Recalcati, Marco Magrini, a candidare le due città a capitali italiane della cultura per il 2030, il tema del “fare rete”. Vecchio, abusato refrain che, di tanto in tanto, ricompare su tavoli della politica e di singoli esponenti istituzionali quale dichiarato obiettivo rigeneratore sui versanti sociali, economici, amministrativi e, appunto, culturali.
Quasi sempre è un parlarsi addosso senza sviluppi concreti; altre volte, come con l’Università, una effettiva collaborazione, uno stare assieme, anche se indotto da necessità operative, che apre la via alla vera cooperazione. L’Insubria, certo, ma anche l’Ats (Agenzia di tutela dalla salute), che si estende tra Varesotto e Comasco, e l’Agenzia per il trasporto locale (Tpl), che aggrega le competenze sui due territori, includendone un terzo, quello di Lecco. Esempi di unione, comunque realizzata da pianificazioni regionali, che in qualche modo aiutano a superare gli steccati campanilistici che da sempre allontano le due città; fino a parlare, non solo in termini giornalistici, di un derby infinito, una volta calcistico, ma giocato su vere o presunte supremazie che non depongono per sinergie finalmente costruttive. Le distanze sono marcate persino dalla mancanza di strade e ferrovie che ne consentano rapidi collegamenti.
Questioni di identità, forse. Di riconosciute peculiarità che connotano le due aree: a Como la forte componente turistica, a Varese un patrimonio di storia rappresentato da ben quattro siti Unesco. Per tutte e due una tradizione manifatturiera in fase di declino, ma pur sempre un irrinunciabile valore aggiunto per tutte e due le aree di riferimento. Il muro da abbattere è, appunto, identitario, racchiuso nell’orgoglio territoriale che, da decenni, viene difeso dalle municipalità e dalle popolazioni, in un affastellarsi di gelosie geopolitiche più che altro velleitarie e sostenute anche da pregiudizi, oggi antistorici e deleteri.
Eppure i presupposti per dialogare a tutto tondo sono molteplici, lo dimostra (torniamo ancora lì) l’Università, lo confermano gli organismi amministrativi di cui sopra. Sotto l’egida della cosiddetta Regio Insubrica, comunità transfrontaliera a cui partecipa anche il Canton Ticino, deputata a valorizzare e attuare progetti comuni per un territorio ben definito, con le stesse esigenze di sviluppo e, in parte, gli stessi problemi. Non a caso Magrini, nella proposta di capitale della cultura, inserisce Lugano. Un eccesso di entusiasmo, il suo, e un significativo richiamo al superamento di confini che non sono soltanto una demarcazione territoriale tra Stati. Un andare oltre le frontiere come a Gorizia e Nova Gorica (Slovenia), capitale europea della cultura 2025, benché in quel caso il contesto storico e istituzionale assuma più profondi e estesi significati.
Insomma, tutto facile? Neanche a dirlo, un conto sono le intenzioni, un altro è la volontà vera. Nel nostro caso bisogna superare un’altra barriera: la politica. Sono le appartenenze partitiche che, il più delle volte, mettono i bastoni tra le ruote, impediscono di parlarsi, di realizzare il famoso “fare rete” con cui si riempiono la bocca i nostri governanti, a tutti i livelli. La politica che, sotto sotto, tifa per il campanile, per assicurarsi consensi evitando azzardi invisi ai cittadini. Ma senza il coraggio di azzardare, senza un autentico cambio di passo, non si va da nessuna parte, si finisce per coltivare il proprio orticello a dispetto di un mondo in continua evoluzione e ebollizzione. Si rimane fermi all’inconcludente derby tra città, peggio che nel secolo scorso e forse ancora più giù.
I rettori lombardi per l’anno accademico dell’Insubria, università del territorio
varese como università – MALPENSA24
