ChatGPT rende stupidi? La domanda compare in un titolo di un giornale che informa sui risultati di uno studio del Mit, il prestigioso Massachussets Insitute of Techology di Boston, che accende una spia sull’uso esagerato dell’intelligenza artificiale per compiti di scrittura. Il rischio è che possa ridurre la connettività cerebrale del 55 per cento. Insomma, AI è una straordinaria invenzione, ma da maneggiare con cura.
La notizia che i politici ne fanno uso massiccio dovrebbe provocare un allarme generale, per la loro salute mentale, se sono veri gli esiti dell’analisi degli studiosi americani, e per l’affidabilità di quanto ci propinano soprattutto attraverso i social. Un’alluvione di post fasulli, nel senso che non sono l’esito di un pensiero autonomo ma di concetti astratti, generati da una macchina. Ciò a dire che i politici non sanno scrivere? Bè, non tutti, ci mancherebbe. Ma non tutti sono emuli di Manzoni e hanno letto Leopardi, forse neanche una grammatica italiana, a guardare bene.
L’intelligenza artificiale viene in loro soccorso: soggetto, predicato verbale e complemento oggetto sono al loro posto. Scusate se è poco. In special modo per certa politichetta delle istituzioni di primo livello, come le amministrazioni civiche. Dentro le quali operano consiglieri comunali e assessori che, in altri tempi, avrebbero avuto funzioni, diciamo così, da comprimari, magari per affiggere manifesti in campagna elettorale. Siccome il sistema partitico è in fase regressiva e la propaganda elettorale ha cambiato modelli e mezzi per comunicare, da attacchini sono stati promossi assessori se non, in alcuni casi, addirittura sindaci. E per riparare ai loro deficit di scrittura si fanno sostituire dal virtuale. Che a differenza dei classici ghostwriter e assistenti non richiede di essere pagato e può essere indirizzato secondo convenienze e desiderata. Un bel passo in avanti, non c’è che dire.
Un trucco che le nuove generazioni di politici apprezzano, salvo poi svelare lacune lessicali e sintattiche quando si tratta di parlare a braccio, di presentare una deliberazione, di esprimere un giudizio: non si può barare. Ed è sufficiente leggere con attenzione quanto viene diffuso in comunicati o post per rendersi conto che non sempre, non tutto è farina del proprio sacco: la costruzione della frase denuncia, così come i concetti asettici e privi di naturale pathos, chi l’ha scritta o impostata. Non si scappa.
Ma forse va bene così, in quest’epoca dove tutto è normalità, persino la guerra, persino le stragi, i femminicidi, l’aggresività e la volgarità che si declina sempre con la stupidità. Meglio un congiuntivo azzeccato e una consecutio temporum giusta che certi strafalcioni da matita blu. Il problema però è un altro: se è vero che con l’utilizzo compulsivo dell’intelligenza artificiale la connettività mentale viene ridotta del 55 per cento, a coloro (e non sono pochi) che in politica ne dimostrano già una risicata percentuale, quanta capacità di elaborare un pensiero rimane?
