È colpa di lei. È colpa dei giornalisti. È colpa dei magistrati. È colpa dei titoli. È colpa di chi racconta i fatti. Di tutto e di tutti, purché non si guardi nella direzione di chi, secondo l’accusa, quei fatti li avrebbe provocati.
La tragica vicenda che ha portato alla morte di Federico Venco, ucciso mentre cercava di aiutare una sconosciuta, lascia sgomenti non solo per quanto accaduto, ma anche per la reazione che si legge sui social network. È vero: il rumore dei social vale sempre meno come strumento di analisi. Ma resta uno specchio del nostro tempo. E, nel bene e nel male, anche di una parte del nostro Paese.
C’è un uomo arrestato con una pesantissima accusa: omicidio volontario. Saranno i giudici, e soltanto i giudici, a stabilire responsabilità, colpe e movente. La responsabilità penale, in uno Stato di diritto, è personale e individuale. È un principio che dovrebbe essere scolpito nella coscienza civile di ciascuno.
Eppure, leggendo molti commenti, sembra che l’unico a non finire sotto processo sia proprio il presunto responsabile. Si attacca la donna coinvolta nella vicenda. Si attaccano i cronisti. Si attaccano i magistrati. Si attacca perfino l’espressione “rivale in amore”, come se una semplificazione giornalistica potesse cancellare il cuore della vicenda. Se le ricostruzioni investigative saranno confermate, ciò che emerge è una gelosia che avrebbe innescato una catena di eventi culminata in una tragedia. Si può discutere sulla scelta delle parole. Non si possono però perdere di vista i fatti contestati dall’accusa.
La sensazione è che si cerchi disperatamente un colpevole alternativo. Qualcuno su cui spostare l’attenzione. Qualcuno che renda più sopportabile ciò che è accaduto.
Forse perché è più facile prendersela con una donna che con un uomo accusato di aver ucciso. Forse perché è più semplice accusare i giornalisti di raccontare i fatti che confrontarsi con la brutalità di quei fatti. Forse perché, inconsapevolmente, molti finiscono per identificarsi con chi vede crollare il proprio mondo e trasformano questa immedesimazione in una giustificazione morale.
Ma immedesimarsi non significa assolvere.
Il diritto di difesa appartiene a ogni imputato ed è sacrosanto. Il diritto di inventare responsabilità alternative, invece, non esiste. Così come non esiste il diritto di processare una donna, i cronisti o i magistrati sulla base di titoli letti distrattamente o, peggio, senza aver letto nemmeno gli articoli.
Oggi sembra che chiunque debba avere un’opinione su tutto. Anche quando non conosce gli atti. Anche quando ignora le indagini. Anche quando si limita a un titolo visto scorrere sul telefono.
Un’opinione, però, non vale automaticamente quanto un fatto.
E forse è proprio questa la malattia del nostro tempo: la convinzione che ogni percezione personale abbia lo stesso peso della realtà. Così si finisce per assolvere il presunto autore di un delitto ancora prima del processo e per condannare, nel tribunale dei social, tutti gli altri. È un rovesciamento pericoloso. Non solo per questa vicenda.
