di Massimo Lodi
La Flotilla ha il pregio d’aver svegliato i dormienti. O quelli che fingevano d’esserlo. Spirito umanitario e ragion politica spingono le barche alla volta di Gaza. Un merito sconfinato/sconfinante: nell’incognita e nel rischio. Idem-merito sarebbe capire fin dove l’avanzata procura vantaggio ai poveracci bisognosi d’aiuto o piuttosto non causa un danno generale. Cioè l’allargamento del conflitto anziché l’opposto.
Tentiamo un riassuntino. Non è vero che i volontari della spedizione Global Sumud han solo voglia d’inguaiare Roma. È vero che potrebbero inguaiarla, pur non volendolo. Situazione critica e nessuno sa pronosticarne l’evolversi. Certo che: 1) il corteo di soccorritori non si sarebbe formato né mosso in presenza d’un diverso atteggiamento dell’Europa, cioè unitario nel prendere misure concrete (no armi, sì sanzioni) in grado di stoppare Netanyahu; 2) tantomeno l’iniziativa avrebbe cavalcato le onde del Mediterraneo se l’Italia si fosse dimostrata meno titubante nel condannare il genocidio in corso; 3) preso atto della piega assunta dalla vicenda, di più non poteva/non può fare il tandem Meloni – Crosetto: invio di navi della Marina a protezione dei volontari, fidando che l’obbligato azzardo -di questo si tratta- persuada gl’israeliani ad aprire le loro sponde all’umanitarismo invece che a tenerle chiuse; 4) di sicuro la generosa impresa è servita –insieme con il successo popolare delle proteste dello scorso sabato, depurate dai gesti criminali di teppisti estranei al significato della mobilitazione- a indirizzare Chigi verso un cambio di passo sulla questione palestinese. Le dichiarazioni della premier all’Onu non van derubricate a tentennanti furberie dialettiche per tirarla in lungo: sono una virata che ci accoda a Francia e Inghilterra, avvisa Trump della possibilità di rendersi indipendenti dai suoi obiettivi e umori, rappresenta il collocarsi dalla parte giusta della storia nel momento in cui la storia esprime giudizi epocali.
E dunque, ad azzardare una conclusione. Ha poco senso insistere sull’over-prudenza governativa, ne avrebbe molto transitare dall’avventurismo encomiabile al realismo praticabile. Se l’obiettivo è far giungere gli aiuti a chi li invoca, cosa impedisce d’assecondare la disponibilità del ministro della Difesa all’uso di canali ufficiali della Repubblica? Se l’obiettivo è allertare la coscienza nazionale e gli animi internazionali, chi può negare che lo si è già raggiunto? Se l’obiettivo è tenere accesa la residuale speranza dei palestinesi, perché spegnere la fiaccola della mediazione, l’unica in grado di farsi luce nell’oscurità d’una simile tragedia? Sarebbe l’ora che germogliasse una pragmatica lucidità, chiamiamola Fiortiglia.
