In pista oro e bronzo nell’Omnium, argento nella Madison in tre olimpiadi consecutive; tre volte campione del mondo nell’Eliminazione e il terzo titolo nella sua ultima gara. Chiusura col botto. Portabandiera dell’Italia a Tokyo. Su strada campione europeo e altre 89 vittorie. Lui è Elia Viviani. A quasi 37 anni, li compirà il 7 febbraio, ha deciso di staccarsi il numero dalla schiena, di smettere di correre. Mi mancherà Elia alle corse. Era uno dei corridori che ho più apprezzato: lucido, intelligente, arguto, uno di quelli con cui valeva davvero la pena confrontarsi.
Elia alla Vuelta ci siamo visti varie volte ed ero convinto che tu volessi continuare a correre.
“La verità è che decidere di smettere è stato un processo e la Vuelta è stato uno dei momenti decisivi. Finché la Lotto non ci ha chiarito la situazione il mio obiettivo era continuare un altro anno ancora. Però il punto fermo era che comunque non volevo iniziare un nuovo progetto, trovare un altro team, un nuovo lead out e tutto. Questo sarebbe stato complicato. Non volevo passare un altro inverno a cercare squadra, a pregare le persone. Quella è stata una situazione troppo pesante e non la volevo rivivere. Però nel 2026 la squadra si fonderà con la Intermarché e per questo avevano già problemi a sistemare i corridori con il contratto e non avrebbero avuto spazio per me. La dirigenza si è scusata per non potermi fare neanche un’offerta di rinnovo nonostante fossero contentissimi di me e io di loro. Però sono soddisfatto di avere finito la corsa spagnola e ho un rammarico, avrei voluto sprintare a Madrid. Stavo benone, volevo giocarmela un’altra volta. Purtroppo la tappa è stata annullata”.
Quindi nessun rimpianto.
“No, è stata una scelta maturata con calma. Ragionata. Poi c’era il Giro del Veneto con il finale a Verona, il discorso dei mondiali pista. La vittoria iridata a Santiago del Cile è stata una chiusura in grande. Probabilmente questa serenità qua ce l’ho anche grazie all’inverno pesante dello scorso anno. Ho capito cosa voleva dire finire male”.
Nel 2010, quando sei passato pro, i tecnici ti paragonavano ad Argentin.
“E a fine carriera cosa possiamo dire?”
Che è stata una grande carriera, di un campione con caratteristiche diverse.
“Sì, alla fine sono stato più un velocista, ho vinto comunque tutte le semiclassiche e le gare di un giorno WorldTour che potevo. Mi sono mancate le corse dei sogni, la Sanremo e la Gand-Wevelgem. Sono stato un velocista per tutta la mia carriera, sicuramente 2017, 2018, 2019, uno dietro l’altro, i miei anni migliori”.
Qual è la vittoria che ti è mancata?
“La Sanremo era il mio sogno, ma non sono mai andato oltre il 9° posto. La Gand invece l’ho sfiorata”
Giovanni Lombardi, il tuo manager per tutta la carriera, mi ha detto più volte che con la testa, con l’impegno, con l’intelligenza hai ottenuto più di quello che le tue gambe ti avrebbero consentito. Concordi?
“Sì. Penso che tanti risultati siano arrivati per questo. Però è ovvio che per competere a quei livelli, per finire terzo al mondo nel 2018, ok lavorare duro, però una parte di talento insomma dovrei averlo”.
Giusto.
“Comunque sono d’accordo sul fatto che tanto della mia carriera è stato testa, cocciutaggine, mettermi lì e lavorare per un obiettivo. Diciamo che rispetto ai primi anni da professionista ho imparato, sulla mia pelle, ad andare per obiettivi. I primi anni volevo sempre essere là, non avevo alti e bassi in una stagione, ero un atleta molto regolare da febbraio a ottobre. Negli anni poi ho imparato ad aggiustare il tiro sugli appuntamenti importanti”
Qual è stato il momento più difficile, Elia? O il giorno da cancellare?
“Il ritiro fuori tempo massimo del Giro d’Italia 2016. È l’unico giorno in cui sono andato fuori tempo massimo”.
Invece il momento più bello?
“Gli ultimi dieci giri dell’Omnuim a Rio 2016 dove avevo la vittoria in tasca: sono quei due chilometri e mezzo più belli della mia carriera. In quei giri sapevo di essere campione olimpico, dovevo solo portare la bici all’arrivo. Una sensazione fantastica. Su strada il successo te lo gusti dopo il traguardo, lì sono riuscito a assaporare la vittoria mentre ero in corsa. L’oro olimpico è l’apice della mia carriera. Va sopra di tutto”.
Con te e Marco Villa la pista italiana è rinata. Chi è Marco Villa per te?
“Marco è un fratello. Il rapporto che è nato in questo percorso è troppo forte per dire che è un tecnico, che è un coach… In carriera ho avuto anche momenti difficili e mi sono sempre rintanato in pista. Significava prendere il telefono, chiamare Marco e chiedere cosa facciamo. Dopo il Giro 2016, che ero andato fuori tempo massimo ero giù di morale e non sapevo come raddrizzare il tiro per le olimpiadi. La sera stessa che stavo viaggiando per tornare a casa, mi ha chiamato Marco. Anche i due anni di Covid sono stati difficili. Aver parlato con lui per riuscire a raggiungere un obiettivo importante come Tokyo e rimettermi al livello che meritavo di essere è stato fondamentale. In lui ho sempre trovato non solo un tecnico ma una persona su cui non avevo 100% fiducia di quello che si parlava. La mia persona neutra nel ciclismo, quella che non mi diceva le cose perché doveva o per convincermi”.
In pista hai visto crescere quelli che credo possano essere considerati i due migliori corridori che abbiamo oggi, Ganna e Milan. Dammi un parere sia sull’uno che sull’altro.
“Ganna è un costruttore, ho visto come segue i suoi progetti. Lui costruisce ogni obiettivo, un risultato che arriva non è mai per caso. E’ uno metodico, quasi un nerd. Uno che si mette lì, col coach, vuole risposte e programmi, vuole sapere come sarà da qua al giorno x. Invece Milan è un velocista più sanguigno, quello che si prepara, che è serio, ma se le cose non vanno come vuole lui, sbotta. E’ molto più caratteriale, probabilmente anche dovuto alle loro diverse caratteristiche. Se Pippo non avesse la calma che ha, tante crono, tanti finali di inseguimento, li avrebbe buttati via. Invece con la sua calma e gestione, con la sua maturità, riesce a centrare l’obiettivo. Milan, come ti dicevo, è proprio un sanguigno. Quando ha la gamba, non pensa di risparmiare per la volata. E’ quello che ha fatto 30 chilometri da solo a Gand due anni fa. Che se stava in gruppo, probabilmente la vinceva”
Il tuo compagno di squadra ideale?
“Fabio Sabatini. Magari non è stato il più forte come lead out, ma era sicuramente quello che mi teneva in equilibrio su tutto, nel post-gara. Il più fidato, diciamo, in gara e fuori dalla gara. Era il primo che, la giornata di difficoltà, la vedeva prima ancora che cominciavo a staccarmi e quindi le gestiva al meglio. E’ quello che è riuscito sempre a leggere meglio le situazioni e a conoscermi meglio come persona, più che come atleta. Poi come lead out ho vinto anche grazie a Morkov, Richeze, De Buyst…”.
L’avversario più duro, Cavendish?
“Kittel. Soprattutto nel 2016-2017, quando sapevamo che c’era lui passavo la sera prima della corsa a pensare a cosa potevo inventarmi all’indomani per batterlo. Con Kittel in un testa a testa sapevo di perdere”.
Su strada hai fatto quasi 180.000 chilometri in corsa. Ma cosa si pensa in gara?
“Per un velocista ci sono le gare dure dove pensi a come portare la pelle all’arrivo, quindi sei preoccupato tutto il giorno finché non passi la linea dell’arrivo. Nelle tappe in volata pensi all’obiettivo finale quindi sei molto più concentrato. Le altre tappe sono intermedie e te la passi molto meglio nella prima parte aspettando il momento della verità.Quindi pensi un po’ a tutto, alle sensazioni che hai perché la fine è quello che conta. Ma hai tempo anche per fare due chiacchiere con chi conosci o scherzare con la squadra. Nel ciclismo moderno un po’ meno”.
Cosa ne pensi di quello che molti definiscono “nuovo ciclismo”?
“Sicuramente il livello medio è molto cresciuto. Anni fa le squadre andavano alle corse con uno o due leader e sei o sette gregari. Adesso hanno due gregari e sei uomini di punta. Questo ha portato a un livello medio che si è alzato a bestia, ma dall’altra parte ha portato a questo ciclismo più frenetico. Se non ci sono i gregari sai cosa succede? Che in corsa c’è meno controllo e le tattiche di squadra sono solo andare all’arrembaggio. Ovviamente questo è dovuto anche al dominio di questi fenomeni che ci sono in gruppo perché le squadre non sanno più cosa inventarsi per vincere”.
Se tu incontrassi un ragazzo che ti chiedesse che cos’è il ciclismo per te cosa gli risponderesti?
“Il ciclismo secondo me è una scuola di vita. I ragazzi imparano cosa vuol dire il sacrificio, cosa vuol dire la serietà, cosa vuol dire la disciplina, cosa vuol dire far parte di una squadra, avere chi da sopra comunque ti mette pressione. Avere però anche tutti i supporti, degli aiuti al tuo fianco, un compagno di squadra o lo staff. Quindi il ciclismo è una scuola di vita tutto e per tutto. D’altra parte è un grande impegno sapendo che è difficile andare a divertirsi perché devi fare tutto già come professionista a 17-18 anni. Però per diventare un professionista devi fare i giusti step”.
Non è un ciclismo troppo esasperato con i giovani? Ora se da juniores non passi in un team WorldTour sembri uno scemo. Ma non è così. Anzi, spesso così si bruciano giovani talenti.
“Io sono uno della vecchia scuola che ancora cerca di dire ai ragazzi di fare tutto step by step perché comunque la carriera è lunga. Il miglior momento di un ragazzo non deve essere da juniores, ma diciamo dai 25 ai 30 anni. Il problema è che il ciclismo va in un’altra direzione, le squadre cercano disperatamente in un’altra direzione i nuovi fenomeni e li vanno a cercare a quell’età lì. Questa accelerazione a me preoccupa tantissimo. La verità è che così si perdono tanti talenti che magari sarebbero cresciuti e avrebbero raccolto il massimo più avanti”.
Se tu potessi cambiare qualcosa, cosa cambieresti del ciclismo attuale?
“Cercherei di limitare questa cosa qua nel senso che farei vivere il ciclismo almeno a fine degli juniores in questa maniera. Ora in questa categoria giocano troppo a fare i professionisti. Magari in squadra hai anche il baby fenomeno, ma se rallenti un attimo non lo perdi lo stesso, non lo rovini, anzi. Poi quanti sono i veri fenomeni? Dai… e renderei obbligatorio un paio d’anni di maturazione tra gli under 21. Obbligare forse è una brutto verbo, però rende l’idea. Diciamo convincerei squadre e corridori che il passaggio da juniores a professionista è sbagliato. Che gli step giusti sono altri”.
Elia e adesso cosa farai?
“Dal lato prettamente sportivo vorrei essere parte del progetto pista per le olimpiadi di Los Angeles. In Federazione ne abbiamo già parlato e io alla Federazione non dirò mai ‘no’. Sono troppo legato a quello che ho fatto e che mi auguro si possa proseguire a fare. Il sangue mi porta lì. Dal lato, chiamiamolo ‘lavorativo’ continuerò a collaborare con Federico Zecchetto e il suo gruppo. Sarò più coinvolto con le scarpe Dmt, per il resto dei progetti vediamo. Sono ottimista. Ho un rapporto con Federico che è un po’ paterno ai miei confronti nel senso che da quando sono ragazzino mi ha sempre detto che il giorno che avrei smesso di correre mi voleva con lui. Persone come Zecchetto sono una garanzia”.
Si parla di un futuro ruolo da team manager, magari della Nazionale.
“Sto aspettando anch’io di saperne di più. Ma come ti ho detto la pista la sento molto come una cosa mia e mi piacerebbe molto farne ancora parte. Poi ho ricevuto anche qualche proposta importante per fare il diesse su strada. Non è un ruolo in cui mi ci vedo, a meno che non sia transitorio per altre posizioni”.
Però prima c’è ancora un ultimo ballo: dal 18 al 23 di questo mese la Sei giorni di Gand.
“Pista corta, cortissima, 166 metri. Si corre con il 54×16, in pratica due denti in più che su una pista vera. Rapporto piccolo, tanta cadenza. Ho fatto un’ora e mezzo di ritmo anche stamattina…”.
ciclismo viviani ghisalberti – MALPENSA24
