Malpensa fa ricca Milano. Al territorio, briciole

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La gran parte degli utili di Sea finiscono nelle casse di Palazzo Marino

Non è una novità che gli aeroporti di Linate e Malpensa siano una vera e propria cassaforte dalla quale attinge a piene mani il Comune di Milano, maggior azionista di Sea, la società di gestione dei due scali. Numeri importanti che, come analizzato da Leonard Berberi sul Corriere della Sera, hanno prodotto negli ultimi decenni incassi per 1,15 miliardi di euro dai dividendi ordinari e straordinari. Una somma che Palazzo Marino incamera zitto zitto in barba al territorio, nella fattispecie ai Comuni attorno allo scalo della brughiera che lo ospitano e ne sopportano l’indotto.

Pleonastico soffermarsi per l’ennesima volta sugli effetti della presenza dei due terminal, della vastissima area cargo, della rete viabilistica e di quanto tutto questo comporta. Certo, attività produttive e logistiche contribuiscono allo sviluppo economico della zona e non solo, ma dallo scalo derivano anche disagi ambientali e una qualità della vita non sempre sostenibile, basti pensare all’annosa questione delle rotte. Fattori che, per scontate ragioni, non sfiorano nemmeno gli azionisti di riferimento di Sea. Nella cui compagine societaria partecipano alcune amministrazioni civiche della provincia di Varese, alle quali vanno però le briciole degli utili milionari della stessa società, soldi trainati dall’incremento del traffico aereo dopo il difficile periodo del Covid.

Del resto, se il 54,81 delle azioni appartiene a Milano e il 45,01 a 2iAeroporti, ai Comuni di Busto Arsizio, Gallarate, Somma Lombardo, Lonate Pozzolo, Ferno e alla Camera di Commercio di Varese rimangono quote pari allo zero virgola per ciascun ente. Cioè, un’inezia: per l’esercizio dello scorso anno nelle loro casse vanno complessivamente meno di 400mila euro. A fronte, però, di dividendi complessivi che per il 2025 ammontano a 197,8 milioni di dividendi ordinari e a 22,2 straordinari. Si tratta di una situazione incontestabile rispetto alla distribuzione delle quote, ma che ripropone il rapporto istituzionale del capoluogo di regione con le aree che contribuiscono alla sua ricchezza; per giunta con i Comuni interessati che lottano per ottenere ciò che spetterebbe loro di diritto.

Stiamo parlando della tassa d’imbarco, un’altra di quelle situazioni all’italiana per le quali bisogna intraprendere la via dei tribunali. Così come hanno fatto le amministrazioni civiche del sedime di Malpensa per vedersi riconoscere gli arretrati e le giuste competenze economiche. Cause ancora aperte per il fatto che il gettito di questa imposta è ripartita tra l’Inps, il Fondo di solidarietà per il trasporto aereo e gli enti locali. Una porzione va anche alla Provincia di Varese. Vero è che gli arretrati storici sono stati parzialmente riconosciuti ai Comuni con alcune sentenze, ma la battaglia legale è tutt’altro che chiusa.

Si tratta di parecchie decine di milioni di euro che, se mai fossero ottenuti, rappresenterebbero un importante sollievo economico per i paesi che ne hanno diritto. Ma siamo sempre lì, è lo Stato che ha deciso la suddivisione delle tariffe penalizzando l’area di Malpensa. Così come, a rigor di legge, la maltratta Milano, che fa dello scalo che fu d Busto Arsizio il suo più importante aeroporto. In termini d’immagine (chi atterra a Malpensa è convinto di essere nelle città del Duomo) e per quanto riguarda tutto il resto, milionate di dividendi compresi.

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