di Massimo Lodi
Schermaglie? Dispetti? Robìccole? Ma sì, derubrichiamo, felpiamo, spallucciamo. La Meloni dice: abbiamo favorito la tregua in Libano, mica ci spaventerà la guerriglia sulla Rai. E va bene: il centrodestra che litiga bisogna accettarlo, è pur sempre una coalizione, non si può pretendere che tutti vadano d’accordo su tutto. Però l’immagine proposta dalla mischia su canone televisivo nazionale e questione sanitaria calabrese –uno schiaffo alla Lega, subito restituito a Forza Italia– è deludente, mediocre, di basso/triste rango.
Avremmo bisogno del contrario. D’un governo che, oltre a dirsi unito nelle chiacchiere, si dimostrasse ben saldato nei fatti. Ciò che non è. La competizione interna prevale sugl’interessi esterni. Che sarebbero quelli generali. I nostri. Se lo racconta l’opposizione, può nascere l’accusa di strumentalità. Se l’avverte la gente comune, può morire l’idea d’ottimismo che la premier c’instilla ogni giorno sino a sfinirci. Ma quale ottimismo suggerisce un’alleanza fondata sull’ingigantire i difetti di Pd e soci, che non s’appoggerebbero ad argomenti diversi dalle accuse di post-fascismo, quando prevale la sfiducia fra sodali, partner, affiliati al medesimo club politico?
Perché tale è il punto. Meloni si guarda da Salvini. Salvini da Tajani. Tajani da Salvini e Meloni. Son cose che non dovrebbero succedere, le votazioni differenziate (in Italia, in Europa). Lo comunica Chigi, ne è chiara l’irritazione/preoccupazione: se càpita su un tema scivoloso come la tassa radiotelevisiva, chi assicura che non ricapiterà su questioni d’importanza maggiore, tipo l’autonomia? O magari il premierato? E figuriamoci sulla legge di stabilità? Dunque il segnale è: continua la sfida, già evidente nei mesi passati. L’han chiamata dialettica fisiologica, in realtà una lotta sotterranea senz’esclusione di colpi per guadagnare spazio nell’obbligata confederazione d’infedeli al principio unitario.

Obiezione: infedeli forse, tuttavia uniti quando suona il gong del voto. Vero. Ma chissà se per sempre. Gli ultimi risultati, sconfitte in Emilia Romagna e Umbria, testimoniano l’opposto. Le gomitate fra amici aiutano i nemici a sgomitare insieme. Scoprendo una sintonia casuale eppur virtuosa in grazia più dei demeriti altrui che dei meriti propri. Avanti così, con nuove elezioni regionali alle porte nel 2025 e gravose scelte sullo scenario internazionale, il centrodestra rischia l’impallo/l’offline. Di precipitare fuori rete d’un colpo, e curiosamente mentre continua a possedere il dominio del Paese. Non sarebbe una sorpresa: farsi male da soli è il marchio storico di sfarinamento d’una fila di governi, per nulla dovuto all’ideologia, in tutto causato dal personalismo. L’interesse individuale che prevale su quello collettivo: un must di casa Italia, chiunque sia l’affittuario del momento. In fondo (1) è sempre un problema di canone, purtroppo mai equo all’ingenuo occhio popolare/non populista. In fondo (2) inciampo, parola usata dall’ex underdog, è l’anagramma di Ciampino, glorioso aeroporto romano. Un luogo di partenze, e idem d’arrivi. Ovvero: amici, state attenti. O rimanete buoni a bordo o atterriamo. Il viaggio si chiude qui, e se ne ricomincia un altro. Io ci sarò, sul nuovo jet. E voi?
