Mensa dei Poveri, assoluzioni impugnate in Cassazione dalla Procura Generale

GALLARATE – La Procura generale di Milano ha impugnato in Cassazione la sentenza d’appello del processo ‘Mensa dei poveri’, che aveva ribaltato in larga parte l’esito del primo grado, con l’assoluzione di oltre il 70% degli imputati e un drastico ridimensionamento delle condanne. Il ricorso riguarda, tra le altre, le posizioni dell’ex europarlamentare di Forza Italia Lara Comi e di Carmine Gorrasi, all’epoca coordinatore provinciale del partito e considerato vicino a Nino Caianiello, il cosiddetto ‘mullah’ di Forza Italia in provincia di Varese.

Lara Comi

Per Lara Comi, assolta in appello da tutte le contestazioni di corruzione, la sentenza aveva ridotto la pena dai 4 anni e 2 mesi del primo grado a un anno, lasciando in piedi soltanto una contestazione relativa a una truffa ai danni dell’Unione europea. La Corte d’Appello aveva inoltre assolto Comi da un secondo episodio di truffa ai danni del Parlamento europeo. È soprattutto la valutazione del materiale probatorio a rappresentare uno dei punti centrali destinati alla Cassazione. Nelle motivazioni, i giudici d’appello avevano ritenuto inutilizzabili alcune chat e comunicazioni, comprese conversazioni Whatsapp, ritenendo che fossero state acquisite in violazione di norme costituzionali e sovranazionali.

Il nodo delle chat

Le chat Whatsapp hanno un peso particolare nella posizione di Comi. Secondo la Corte d’Appello, una volta escluso il materiale ritenuto inutilizzabile, non rimanevano elementi sufficienti per affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, l’esistenza di un accordo corruttivo. I giudici avevano inoltre rilevato la mancanza di prova di retrocessioni di denaro e non avevano ritenuto dimostrato che l’ex eurodeputata avesse aderito alle richieste attribuite a Caianiello. È su questo terreno, e in particolare sulla utilizzabilità delle conversazioni, che si concentrerà uno dei passaggi del giudizio davanti alla Suprema Corte.

Carmine Gorrasi

Impugnata anche l’assoluzione di Carmine Gorrasi, che in primo grado era stato condannato a due anni. La sua posizione riguardava, tra l’altro, la vicenda della remunerazione di un collaboratore di Comi e la contestata retrocessione di denaro a Caianiello. In appello, però, Gorrasi è stato assolto con la formula ‘perché il fatto non sussiste’. Una decisione che ora sarà sottoposta al vaglio della Cassazione. Non risulta invece impugnata dalla Procura generale l’assoluzione di Paolo Orrigoni, patron di Tigros, assolto sia in primo sia in secondo grado. Nel processo d’appello, peraltro, era stata la stessa Procura generale a chiedere l’assoluzione dell’imprenditore.

Il crollo dell’impianto accusatorio

La sentenza d’appello aveva segnato un forte ridimensionamento dell’impianto dell’inchiesta ‘Mensa dei poveri’, esplosa nel 2019 con gli arresti che avevano coinvolto esponenti politici, amministratori e imprenditori. L’indagine aveva portato alla luce, secondo l’impostazione della Procura, un presunto sistema di nomine, incarichi e appalti pilotati che ruotava attorno a Nino Caianiello, allora figura di vertice di Forza Italia in provincia di Varese. Il procedimento aveva avuto come effetto politico-giudiziario il sostanziale azzeramento della classe dirigente berlusconiana varesina coinvolta nell’inchiesta. Le motivazioni dell’appello hanno però ridimensionato sensibilmente quel quadro accusatorio, soprattutto attraverso l’esclusione di una parte del materiale probatorio e le numerose assoluzioni.

La Cassazione

Con il ricorso della Procura generale di Milano si apre dunque il terzo grado di giudizio per le posizioni impugnate. La Suprema Corte dovrà confrontarsi, tra gli altri aspetti, con il tema della utilizzabilità delle chat e con il percorso logico-giuridico seguito dai giudici d’appello per arrivare alle assoluzioni di Comi e Gorrasi. Sul procedimento, intanto, incombe anche il rischio della prescrizione.

Mensa dei Poveri, le motivazioni delle assoluzioni in Appello: «Nessuna prova»

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