di Massimo Lodi
Mario Monti da Lilli Gruber conferma che il 22 e 23 marzo voteremo sul governo di centrodestra, non sulla riforma della giustizia. Favorevoli o contrari, netto e semplice. Risponde l’intervistato all’intervistatrice: vedrò come s’atteggia nei prossimi 40 giorni la premier verso Trump e poi decido. Altro che scelta sulla separazione delle carriere tra pm e giudice: scelta sulla distanza tra il presidente del Consiglio italiano e il capo degli Stati Uniti.
Sorprendente che dica così un ex premier, ex commissario europeo, ex leader di Scelta civica e quant’altro d’illustre ha compiuto in carriera? Sorprendente sì e sorprendente no. Sorprendente sì, dato che nulla c’entra l’equiparazione Giorgia-Donald con la valutazione richiesta agl’italiani sulle novità nella magistratura. Sorprendente no, visto che proprio Palazzo Chigi, e a seguire l’alleanza che ne sostiene l’inquilino, ha trasformato la consultazione da uno specifico merito a un’opinione generalizzata.
Resta misteriosa la ragione che ha indotto Meloni a fotocopiare la Grande Chiamata evocata da Renzi nel 2016, e finita in una rovinosa sconfitta: voleva cambiare la Costituzione, eliminando il Senato, e fu cambiato lui, ben presto scomparso da ruoli apicali in campo istituzionale e da ruoli di peso in campo politico. La differenza è che Renzi dichiarò subito/esplicitamente di puntare a un verdetto apocalittico su sé stesso mentre Meloni lo lascia intendere a tappe/surrettiziamente lanciando un guanto di sfida dopo l’altro all’opposizione, proponendo argomenti che zero riguardano la materia del contendere.
Un atteggiamento bizzarro, e anzi incomprensibile. La destra avrebbe l’interesse a circoscrivere il tema, tecnicalizzandolo: ne guadagnerebbe adesione persino nelle file della sinistra, dove non pochi ritengono nient’affatto una sciagura che toghe requirenti e toghe giudicanti seguano percorsi professionali non intersecabili, dipendano da due diversi Csm, eccetera. La sinistra si augurerebbe il processo (è il caso di affermare) opposto, allargando il dibattito fuori di tribunali e corti e sentenze, così da persuadere tutti i suoi simpatizzanti che in realtà non d’una sfida tra idee giuridiche si tratta, ma d’una valutazione d’insieme sull’operato politico degli avversari. Clamorosamente gli avversari han deciso di aiutarla, e in primis la titolare dell’Esecutivo, tanto che i sondaggi danno in risalita il No sul Sì: avanti d’oltre una decina di punti sino a tre-quattro settimane fa, il Sì è ormai braccato dal No, in una rimonta che separa (separa: ecco, appunto) l’inseguitore dall’inseguito di cinque-sei punti e forse meno.
Le parole di Monti a Gruber consolidano il trend, inducendo il semplice telespettatore (e quisque de populo nella Repubblica tricolore) all’ovvia meditazione, che Draghi forse chiamerebbe nazionalismo pragmatico: se una personalità come il senatore a vita cui dobbiamo la salvezza dal default dello Stato nel 2011 la pensa in questo modo, che cosa ci dovrebbe convincere a pensarla in modo diverso? E quindi: non sul significato settoriale del quesito referendario andremo a esprimerci, ma sul significato di tre anni e mezzo di centrodestra al potere, compreso (e anzi, tenuto innanzitutto presente) il suo grado d’adesione al trumpismo.
