Addio a Evaristo Beccalossi. L’ex bandiera dell’Inter morto a 69 anni

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Evaristo Beccalossi (Foto dal sito dell'FC Internazionale Milano)

BRESCIA – Gli anni Ottanta della Milano nerazzurra portano la firma di Evaristo Beccalossi. E oggi, 6 maggio, gli dice addio. L’ex bandiera dell’Inter è morto nella notte all’età di 69 anni, era ricoverato nella clinica Poliambulanza di Brescia, la sua città. E già da un anno le sue condizioni di salute erano critiche, a causa di un malore avuto a gennaio dello scorso anno. Il mondo del calcio perde un pilastro.

L’ultimo dribbling del Becca

L’ultimo dribbling del Becca, prima che il malore lo indebolisse. Colpa di un’emorraggia celebrale che, a inizio 2025, lo ha portato a 47 giorni di coma. Dopo il risveglio, la riabilitazione nella sua Brescia. Questa notte, poi, l’addio. Ora il dolore di familiari, compagni di campo, tifosi e amanti del calcio è accompagnato dai ricordi delle sue prestazioni. Tutto inizia nella sua città, in biancoazzurro. Poi nel Settantotto, il salto nella città meneghina: sponda Biscione. Dove ha scritto una pagina di sport: 216 presenze – in Serie A e nelle coppe – con 37 reti. La stagione del 1979-1980 vince lo scudetto. L’anno successivo scende in campo per le semifinali della Coppa dei Campioni e l’anno dopo ancora si prende anche la Coppa Italia. Poi cambia casacca: prima la Sampdoria, poi il tramonto della carriera fra Monza, Barletta e Pordenone. Fra i momenti più celebri, anche quello dei due rigori sbagliati – nell’arco di poco più di cinque minuti – durante la finale di Coppa delle Coppe nel 1982, contro lo Slovan Bratislava. Episodio che è diventato anche oggetto di un noto sketch teatrale di Paolo Rossi, tifosissimo nerazzurro.

L’addio dell’Inter

L’Inter, fresco di 21esimo scudetto, ha messo da parte i festeggiamenti per un attimo. E con una lunga nota pubblicata sul sito ufficiale del club, lo ha salutato. Uno stralcio: «Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone. Il talento non si impara. È un dono, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuità di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi. Fantasista: precisamente, Beccalossi». Un post romantico, come il Becca.

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