Nel Paese dei paradossi: da Sesto Calende alla Sanità

Cos’è un paradosso? L’Italia è il Paese dei paradossi. Ve ne raccontiamo due che ci sembrano davvero esemplari nelle forma e nei contenuti. Uno riguarda le scelte amministrative, anzi, prima quelle politiche e poi le amministrative, della sindaca di Sesto Calende. L’altro, coglie le procedure per accedere alle tanto decantate case di comunità che, nelle intenzioni anche di Regione Lombardia, dovrebbero risolvere gran parte dell’assistenza territoriale per i cittadini.

Sesto Calende. Il figlio dell’assessore (una signora) alla Sicurezza viene accusato di spacciare droga. Per questo finisce ai domiciliari. Pioggia di critiche, polemiche feroci imbastite dall’opposizione, richiesta di dimissioni dell’esponente della giunta per “manifesta inaffidabilità nella gestione della sicurezza in città”. Giriamo alla larga dal merito giudiziario della vicenda (se ne occupa la magistratura) per soffermarci su un altro aspetto, quello comportamentale dell’esecutivo di centrosinistra in sella in Municipio. In un primo tempo difende senza se e senza ma l’assessore: il fatto è personale, non attiene alla gestione della cosa pubblica. In un secondo tempo, sotto il martellare delle richieste di dimissioni, la sindaca trova un risibile escamotage per non darla vinta a chi la critica: si assume in prima persona la delega alla Sicurezza e alla Polizia Urbana ma lascia quella delle Politiche Sociali alla sua diretta e contestata collaboratrice in giunta. In questo modo cerca di salvare capra e cavoli senza darla vinta agli avversari, ma realizza un paradosso: le Politiche Sociali dovrebbero prevedere interventi e servizi per assistere e recuperare persone fragili, esposte a tutto e a tutti, cittadini in chiara difficoltà che chiedono aiuto al Comune. Si tratta di una incombenza molto delicata , molto più che gestire, col supporto delle forze dell’ordine, compresa la polizia urbana, la Sicurezza di una piccola città. Una simile delega assessorile, la cui importanza è basilare alla luce delle tante complessità sociali, presupporrebbe competenza e una libertà d’azione affrancate dai coinvolgimenti emotivi personali. Morale: se non sei affidabile per la Sicurezza non lo sei nemmeno per il Sociale.

Case di comunità. Cerchiamo di farla breve, sintetizzando il racconto di alcuni nostri lettori incappati nelle spire della burocrazia sanitaria regionale. Succede che coloro che si rivolgono alle magnificate (dalla politica) Case di comunità – nel caso specifico al servizio di Continuità Assistenziale – devono passare per il numero verde, cioè il call center che indirizza il paziente dal medico. Il quale lo riceve soltanto previa comunicazione superiore. Cioè, del call center. E’ la norma. Al punto che se il cittadino che ha bisogno del medico si reca di persona agli ambulatori viene gentilmente respinto dagli operatori sanitari presenti, che lo riceveranno soltanto a posteriori. Il problema è presto detto: chiamando il famoso o famigerato numero verde spesso nessuno risponde e, quando qualcuno alza il ricevitore, dà indicazioni al medico di riferimento. Che può anche non visitare subito il paziente, ma rinviarlo al giorno successivo. E’ addirittura successo (leggere i commenti su Facebook a un nostro articolo in proposito) che, pur presente in una stanza dirimpetto alla sala d’attesa dove si trovava la paziente bisognosa di cure, lo stesso medico si sia rifiutato di visitarla. Ergo: non è rimasto che il pronto soccorso, di solito intasatissimo benché le Case di comunità siano nate anche con lo scopo di sgravare i dipartimenti di emergenza/urgenza. Insomma, un clamoroso paradosso generato da un sistema che, a questo punto e per situazioni simili e note, finisce per apparire paradossale se non, addirittura, schizofrenico. Sufficiente una spiegazione per risolvere un problema che è regionale?

Busto, niente visita in Casa di Comunità: va chiamato il numero verde. «Ma era lì»

paradosso sesto calende sanità – MALPENSA24

 

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