di Claudio Ghisalberti
Eccola la Parigi-Roubaix, la Regina delle classiche, l’Inferno del Nord, la corsa più anacronistica e più affascinante al mondo. La corsa che se non la vivi non solo non puoi capire, non la puoi nemmeno immaginare. Una follia a pedali, da Compiègne (un’ora e mezzo di auto a nord ovest dalla Tour Eiffel) al velodromo Andrè Petrieux lungo 259,2 km, confine con il Belgio fiammingo. Soprattutto domenica 13 aprile si corre attraverso 30 settori di pavé nudo, duro e crudo per un totale di 55,3 km (in calo rispetto ai 55,7 km del 2024). Settori numerati in modo decrescente, il primo ovvero il 30, a Troisvilles, 95 km dopo il via e catalogati con le stellette: cinque il massimo. In questi tre settori di massima difficoltà e di pericolo assoluto sai che ci entri e non sai se, e come, ne uscirai.
Il primo del trittico bastardo è anche il simbolo della corsa, quello che gli dà il nome di Inferno del Nord. Parliamo della Foresta di Arenberg, Trouée d’Arenberg in francese, settore numero 19 che arriva dopo 163,9 di corsa. È il luogo più oscuro, più tetro della corsa. Spettrale se non c’è il sole, e capita spesso che il sole non ci sia. Le torri delle miniere di carbone sono tragiche sentinelle. I cancelli di ingresso, arrugginiti, ricordano quelli dei campi di concentramento. Qui domenica gli eroi saranno in sella a biciclette spaziali, ma dal dopoguerra e per decine di anni qui i veri eroi sono stati quegli uomini che si sono infilati nelle viscere delle terra per estrarre il minerale nero. Una moltitudine di gente, tantissimi dall’Italia, venuti in cerca di fortuna e trattati come bestie da lavoro. Spinti qui a Nord dalla fame, dal freddo e dalla miseria. Qualcuno ha fatto fortuna, per moltissimi – invece – è stata una strada senza ritorno: incidenti, tisi, silicosi.
Ma cos’è in bici la Foresta? È una strada di campagna lunga 2.300 metri, ovviamente in pavè, fatta a dorso di mulo. Con la gobba a centro strada e su quei venti centimetri a centro strada più agevoli ci vorrebbero stare tutti. Impossibile. Ai lati le transenne sono state sostituite dalle corde per ridurre il pericolo che cadano e che i corridori ci si stampino contro. I “libri di testo” di ciclismo dicono che nella Foresta ci devi entrare a tutta velocità e poi se possibile accelerare ancora. Se rallenti sei finito. E anche qui, tranne che per pochi fenomeni, si entra nel campo dell’impossibile. Fino a pochi anni l’imbocco della Foresta veniva fatto a oltre sessanta orari. Più o meno come prendere la ricorsa e buttarsi contro un muro.
Gli organizzatori, quelli della Aso ovvero i padroni del vapore nel ciclismo, si sono messi così una mano sulla coscienza. Va bene che qui se conti i pericoli non parti; va bene che tutti i protocolli per la sicurezza sono chiusi serenamente in qualche cassetto, ma a tutto, o quasi, c’è un limite. Dopo avere sperimentato una chicane – soluzione che sembrava un rattoppo peggio del buco – da quest’anno le cose cambiano. “Ci saranno quattro curve a destra nel giro di 600 metri. L’approccio dovrebbe essere più fluido rispetto al tornante che abbiamo avuto l’anno scorso ma sempre meno veloce rispetto al percorso tradizionale”, ha spiegato Thierry Gouvenou, direttore di gara. Staremo a vedere.
Gli altri due settori a cinque stelle sono l’11 – Mons-en-Pévèle al km 210,6 dalla lunghezza di 3 km – e il 4, il Carrefour de l’Arbre al km 242,1. Qui spesso la gradazione alcolica degli spettatori, il posto è dominato dagli olandesi, è oltre ogni limite tollerabile. Si beve così tanta birra che nemmeno all’adunata degli alpini si fa pari. E vuoi non dare “da bere” anche ai ciclisti? Loro ne farebbero volentieri a meno ma di “boccalate” in faccia se ne prendono parecchie. Così come le prendono auto e moto al seguito. Una vergogna, una inciviltà, a cui forse non si vuol mai davvero porre fine.
Alla Roubaix debutta Tadej Pogacar. Nonostante lo sloveno abbia trionfato al Fiandre e sia l’asso pigliatutto del ciclismo non è lui il favorito della corsa. In pianura non dovrebbe avere gli stessi watt, la stessa potenza, di chi ha 10-15 chili più di muscoli sulla bilancia. A meno… di avere un motore davvero straordinario. Una curiosità: Pogacar ha corso qui da juniores nel 2015 e nel 2016. Nel 2015 finì 30° a 2’32” da Bram Welten, l’anno successivo chiuse 13° a 33″ dal vincitore Jarno Mobach.
Da Under 23, nel 2016, questa corsa l’ha vinta Filippo Ganna con un attacco a 4 km dal traguardo. SuperPippo, quest’anno secondo alla Sanremo e ottavo al Fiandre, nel 2023 qui ha chiuso sesto. “Domenica cercherò di fare meglio. Non ho mai preparato questa corsa così bene. È arrivato il momento di vincere. A Sanremo ci sono arrivato vicino, al velodromo di Roubaix… lo scopriremo solo vivendo”, ha detto.
Il favorito non può che essere l’olandese Mathieu Van der Poel, signore di Sanremo e qui vincitore delle ultime due edizioni. Un grande avversario sarà il danese Mads Pedersen, rispettivamente quarto e terzo nei precedenti due anni. Attenzione al belgaWout Van Aert, secondo nel 2002 e terzo l’anno dopo. Tutti gli altri nomi sarebbero un’enorme sorpresa.
Ha ragione Filippo Ganna quando dice “la Roubaix non la puoi amare”. Ma non te la puoi nemmeno perdere.
