Nordio e Orbàn, campioni del paradosso

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Viktor Orbàn durante il suo recente viaggio in Italia ricevuto da Giorgia Meloni

di Gian Franco Bottini

Nelle cronache politiche di questi giorni il termine “paradosso” l’ha fatta da padrone, sottolineando le incoerenze e le contraddizioni che, per la verità, nelle chiacchiere e nei fatti della politica non sono certo una novità. Il ministro Nordio e il presidente ungherese Orban, a nostro avviso, si sono particolarmente distinti in materia e hanno sicuramente guadagnato il podio, in una ipotetica classifica dei migliori “paradossisti” della settimana.

Il primo, intervenendo con riferimento ad alcune situazioni dove la Giustizia pare voler mettere in discussione se stessa; il secondo, perché, con la sua visita nel nostro Paese, ha portato in primo piano, nell’attenzione mediatica, la sua figura di “paradossista naturale”.

Il ministro della Giustizia Nordio ha ritenuto doveroso da parte sua intervenire sul fatto che la vasta copertura mediatica in atto su alcuni fatti delittuosi, rispolverati o irrisolti, sta mettendo in evidenza possibili preoccupanti “disfunzioni” nel delicatissimo “sistema Giustizia”. Una cosa questa che, oltre che preoccupare la gente, è credibile che possa essere fonte di imbarazzo per il Guardasigilli stesso. Nordio non ha citato alcuna situazione specifica, ma il riferimento particolare a Garlasco è parso più che evidente, avendo lui fatto riferimento ad un processo già concluso con la condanna di un colpevole e la possibile riapertura con un processo bis, nascente da una inchiesta in atto che prevederebbe un nuovo presunto colpevole, oltre che pesanti responsabilità interne al sistema della Giustizia stessa.

Il Ministro ha definito la situazione “paradossale” ( e su questo, da semplici fruitori dell’informazione televisiva, non possiamo che dargli tutte le ragioni) ma se ce lo consente definiamo un “paradosso” anche il suo suggerimento ai P.M. di “avere il coraggio di arrendersi” di fronte alle difficoltà nel poter arrivare a definire una nuova verità, a distanza di molti anni dai fatti in questione.

Comprendiamo, e in un certo senso condividiamo, le ragioni pratiche (tecniche e sociali) che hanno accompagnato tale suggerimento, ma riteniamo che il Ministro avrebbe dovuto fornirlo prioritariamente a chi di dovere ed in una forma più consona all’autorità del suo ruolo, meno social di quella da lui usata. Questo per non creare nell’opinione pubblica, perplessità sulla sua stessa figura di garante del dettato costituzionale, (art.112) che, di fronte a notizie di reato, impone ” l’obbligo di avviare indagini senza valutare opportunità politiche, di convenienza e priorità.” A maggior ragione, aggiungiamo, se le dette notizie contengono anche presunte possibilità di “malfunzionamenti” nell’ambito della Giustizia stessa.

Per quanto riguarda Orban invece, lo abbiamo definito paradossista naturale, perchè democraticamente eletto nell’ambito di una democrazia illiberale (dove la libertà di stampa e altre libertà civili vengono mortificate). Una definizione, questa, che non nasce da noi e che ha in sè tutte le contraddizioni che definiscono la natura paradossistica del personaggio.

Ma a parte le citate caratteristiche legate alla sua nascita politica, Orban non ha mancato, nel suo passaggio italiano, di evidenziare quanto lui sia ogni giorno portatore di paradossi e contraddizioni. Ha sbeffeggiato l’Europa “che non conta nulla”, dimenticando di essere lui un grande sostenitore ed espertissimo utilizzatore del diritto di veto (e di assimilati strumenti burocratici) che, a nostro avviso, è il vero responsabile della lentezza decisionale che indebolisce l’U.E., soprattutto in tema di politica estera.

Politica estera, per l’appunto, dove Orban è dichiaratamente amico di Putin assumendo posizioni totalmente contrarie a quelle dell’Europa (vedi Ucraina), dalla quale comunque, in virtù di abili ricatti politici, chiede e ottiene sostanziose iniezioni finanziarie che sorreggono il suo traballante bilancio.

Il presidente magiaro potrebbe comunque, senza volerlo, finire col recitare un ruolo poco gradito al suo amico russo. Con tutte le sue provocatorie sollecitazioni, Orban potrebbe infatti risvegliare la sonnolenta Europa e, consentendogli di confezionare il più rilevante dei suoi paradossi, trasformarsi, suo malgrado, da imbarazzante “spina nel fianco” nel più forte stimolatore di quell’auspicabile salto di qualità europeo e rinnovamento che lo costringerebbe a dire che “l’Europa finalmente conta”. Ipotesi sicuramente poco gradita all’amico Putin.

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