di Gian Franco Bottini
Nelle settimane scorse si è concluso, con una assoluzione, il processo (Open arms) a carico di Salvini, per la nota questione relativa a una decisione da lui presa in qualità di Ministro degli Interni del governo Conte1. Non è nello specifico che vogliamo entrare, ma non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra personale soddisfazione sull’esito e sulla motivazione che “il fatto non sussiste”. Risultato: un altro tassello sulle perplessità circa il “funzionamento” della nostra Giustizia e conseguentemente qualche anno di freno all’attività di un uomo politico (nel caso specifico di Salvini). Una cosa antidemocratica, quest’ultima, a prescindere dagli orientamenti politici degli attori.
All’epoca dei fatti lo chiamavano “Capitano” e lui ne andava molto fiero. Erano momenti politicamente un po’ pazzi nei quali Salvini , membro di uno strano governo giallo-verde (visto l’imbarazzato e sgusciante silenzio di Conte, allora premier, durante tutto il processo?), si faceva notare per le sue esuberanze, convinto com’era che, dopo le “sgasate” di Grillo e dei “grillini”, l’unico modo per sedurre gli italiani fosse quello di stupirli uscendo, con slogan e sortite ad effetto, dagli schemi di una politica in tailleur e doppiopetto. Non andò proprio come s’aspettava e oggi, anche i suoi sodali, Capitano non lo chiamano più e anzi, molti di loro, paiono aver una gran voglia di declassarlo a “Caporale di giornata”. I più recenti riscontri elettorali gli hanno inoltre riservato la beffa di vedersi superato proprio da quel Tajani che del grigio “doppiopetto” di cui sopra, pare oggi essere il più stimato indossatore.
Tutto si potrà dire di lui, ma non certo che Salvini abbia timore di affrontare delle battaglie anche se, con altrettanta sincerità, a noi pare che spesso Lui scelga i suoi obiettivi valutandoli unicamente per il possibile consenso della gente (leggi voti) piuttosto che per la loro fattibilità, opportunità, tempestività, sostenibilità e quant’altro. La recente assoluzione gli avrà giustamente ridato morale, ma è proprio in queste circostanze che lui può perdere l’equilibrio, spingendo forte sull’acceleratore con rischi per sè di sbandate ma anche di tensioni nel contesto generale.

E il contesto, questa volta, è un governo del quale il suo partito è parte importante e che parrebbe atto a garantire nel tempo una stabilità che, in un Occidente politicamente assai sconnesso, sarebbe “grasso che cola”, consentendo alla nostra nazione di risalire consistentemente la scala dei ruoli e della credibilità. Ma purtroppo, a quanto pare, il buon Salvini ha già dato segni di voler seguire la propria natura, considerando l’assoluzione un suo successo personale e solo secondariamente un importante tassello politico da mettere sui sempre attuali tavoli di discussione relativi a Giustizia e Immigrazione.
Prova ne è che immediatamente, seppur con l’aria di sondare il terreno, ha buttato là l’ipotesi di ritornare ad interpretare il ruolo di Ministro degli Interni, provocando un pronto storcere di naso della Premier Meloni. La quale Premier, per un attimo deve aver pensato che cambiando l’inquilino del ministero delle Infrastrutture e Trasporti si sarebbe tolta dai piedi quel tormentone salviniano del Ponte sullo Stretto ( ereditato da Berlusconi) che a quanto traspare, per vari motivi, Lei vede con una certa freddezza . Immediatamente però deve aver pensato, con timore, che assecondare le voglie di Salvini avrebbe probabilmente voluto dire infilarsi in uno di quei sanguinosi “rimpasti” che si sa come cominciano ma non come finiscono.
Da tempo infatti la Meloni sa di avere delle posizioni, all’interno del suo governo, da “sistemare” (la pluri-rinviata a giudizio Santanchè in primis) ma la sua esperienza le ha sempre suggerito di attendere il momento propizio per effettuare una operazione chirurgica, senza dover allargare il campo. Muovere una pedina significa spesso accendere appetiti personali dormienti, scardinare i pesi partitici nell’ambito di una coalizione, innescare tensioni che distolgono dai reali problemi del Paese, mettere a nudo le debolezze di una coalizione che ad ogni piè sospinto si dichiara “compatta”.
L’innesco di una tale imbarazzante situazione potrebbe essere oggi nelle mani di Salvini, se desse sfogo alle sue velleità, trasformando quello che è stato un suo garbato desiderio per Babbo Natale in una veemente pretesa per la Befana. Noi vorremmo comunque suggerire al Capitano che la prudenza in questo caso è d’obbligo, dato che la sua assoluzione riguarda solo il primo grado di giudizio e come anche lui avrà sentito dire “la prudenza è la virtù dei coraggiosi”.
salvini bottini interno – MALPENSA24
