Famiglia del bosco. Titoli di giornale, arringhe legali, tribune politiche, quando non si conosce praticamente nulla, sul serio, di ciò che è la realtà delle cose. Esistono però due verità tangibili, la prima sono i diritti dei bambini, banalmente basterebbe leggere la Convenzione Onu, o qualche articolo della Costituzione, e il fatto che poter generare figli non equivale ad essere genitori.
Benissimo l’ispezione del Ministero, anche se mossa più dalle polemiche politiche che da altro, perché meglio valutare due volte in più che due in meno, quando si tratta di minori. Ma il punto qui è un altro. La scelta degli adulti non può mai e non deve ricadere sui figli, questo in generale, a prescindere dal singolo caso. Qualunque sia il desiderio di un adulto, cambiare vita, ritirarsi a vivere in montagna, in cima all’Everest, questo non significa che sia necessariamente il bene di un bambino. I figli hanno diritto alla scelta, e fornirgli gli strumenti per ottenerla, attraverso l’istruzione e la socializzazione, resta un dovere.
Se la procreazione è un fatto naturale, la genitorialità è un compito che dovrebbe mirare a rendere il figlio capace di fare a meno del genitore. Chiudere l’orizzonte di un bambino dentro i confini di una visione del mondo univoca, per quanto in queto caso (ipotizzando) mossa da ideali di purezza o di ritorno alla natura, rischia di trasformare un atto di presunto amore in una forma di sequestro intellettuale. La responsabilità di un genitore non è solo quella di amare (in modo sano e non egoista), ma anche di educare alla vita, che non significa privare del contatto con il mondo con l’idea di proteggere i figli da esso, ma nel renderli capaci di abitarlo con spirito critico, senza che la propria origine diventi un limite invalicabile.
Fornire gli strumenti della conoscenza e della socialità non significa tradire una scelta di vita alternativa, ma onorare la dignità di chi quella scelta dovrà, un giorno, poter confermare o rinnegare. Senza il confronto con l’altro, senza misurarsi con la società, un bambino non è libero di restare nel bosco, è semplicemente impossibilitato ad uscirne. La libertà. Un diritto fondamentale che, in alcuni casi, viene calpestato da egoismi e necessità di adulti inconsapevoli. Questo è il nocciolo della questione, la consapevolezza del bene di un minore, ed è solo su questo che, teoricamente, assistenti sociali e giudici dovrebbero concentrarsi (sulla condizione mentale di questi genitori, come di altri, sono gli esperti a doversi pronunciare).
I figli non sono una proprietà, non sono un oggetto, sono vita autonoma che merita lo sguardo aperto sul mondo quanto più possibile. La vera libertà non risiede nell’isolamento, ma nella possibilità di scegliere dove abitare il mondo dopo averne conosciuto le diverse latitudini, materiali e simboliche. Quando mancano questi mezzi, il ritiro dal mondo cessa di essere una filosofia di vita per diventare una condanna alla dipendenza perpetua dalla volontà altrui. Il pericolo insito nella convinzione che un genitore sappia amare ed accudire sempre nel modo corretto, solo perché genitore, non tiene in considerazione che il desiderio dell’adulto di sottrarsi a un sistema percepito come ostile si possa tradurre in un’imposizione che nega al bambino il diritto alla propria alterità.
Un figlio non può essere il prolungamento di una battaglia ideologica o di un malessere esistenziale dei genitori, un cuscinetto emotivo da rendere complice. La famiglia non è un clan, dovrebbe essere la palestra per essere liberi. Proteggere lo sguardo aperto di un bambino sul mondo significa accettare che egli possa, nel tempo, divergere dal sentiero tracciato, portando con sé la bussola che lo rende un individuo autonomo e non l’ombra dei desideri di chi lo ha messo al mondo. La genitorialità consapevole riconosce che il legame di sangue non autorizza a recidere i legami con il futuro, perché ogni vita ha il diritto di scoprirsi diversa da come è stata immaginata.
