Omicidio Limido, ergastolo per Marco Manfrinati: «Giustizia è fatta»

VARESE – Ergastolo per Marco Manfrinati. La Corte d’Assise del tribunale di Varese, presieduta dal giudice Andrea Crema, con Stefania Brusa giudice a latere e i giudici popolari, ha condannato al carcere a vita l’ex avvocato di Busto Arsizio per l’omicidio dell’ex suocero Fabio Limido e il tentato omicidio dell’ex moglie Lavinia Limido. I fatti risalgono al 6 maggio 2024, quando Manfrinati aggredì a coltellate i due familiari in via Ciro Menotti, a Varese. Limido, 71 anni, morì poco dopo in ospedale. La figlia Lavinia sopravvisse alle gravissime ferite. La sentenza pronunciata alle 13.30 di oggi, venerdì 25 settembre, dopo meno di tre ore di camera di consiglio. La Corte ha escluso le aggravanti della crudeltà, della minorata difesa oltre che della premeditazione per il solo omicidio di Fabio Limido. Manfrinati oggi non era in aula al momento della lettura della sentenza. Riconosciuto alle parti civili un risarcimento complessivo pari a un milione 900 mila euro. 

L’aggressione

È la mattina del 6 maggio 2024 quando Manfrinati raggiunge via Ciro Menotti, dove si trova l’attività della famiglia Limido. Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo attende l’arrivo dell’ex moglie Lavinia e la aggredisce con un coltello. La donna viene colpita più volte, riportando ferite gravissime al volto e al collo. Le urla attirano l’attenzione. Fabio Limido interviene per difendere la figlia. Tra i due uomini nasce una colluttazione e anche Limido viene colpito ripetutamente con il coltello. Il 71enne viene trasportato in ospedale in condizioni disperate e muore poco dopo. Lavinia, invece, viene soccorsa e riesce a sopravvivere.

L’arresto

Manfrinati viene arrestato subito dopo l’aggressione. Gli investigatori trovano l’uomo ancora con il coltello e con le mani sporche di sangue. Un ruolo importante nella ricostruzione dei fatti viene attribuito anche alle immagini delle telecamere di videosorveglianza, che hanno documentato le fasi dell’aggressione.

La separazione

Manfrinati e Lavinia Limido erano separati e avevano un figlio piccolo. I rapporti tra i due erano diventati sempre più conflittuali. Prima dell’aggressione erano già state presentate denunce per maltrattamenti e stalking. Manfrinati era inoltre sottoposto a un divieto di avvicinamento nei confronti dell’ex moglie, degli ex suoceri e del figlio. Era già in corso un procedimento per atti persecutori nei confronti di Lavinia, della madre Marta Criscuolo e di Fabio Limido.

La condanna per stalking

La vicenda giudiziaria legata alle persecuzioni ha avuto un suo autonomo sviluppo. Nel maggio 2025, Manfrinati è stato condannato in primo grado a 4 anni, 5 mesi e 20 giorni per stalking nei confronti di Lavinia, Marta Criscuolo e Fabio Limido. Nel marzo 2026, la Corte d’Appello di Milano ha confermato integralmente la condanna. Nel frattempo è stata anche archiviata la denuncia presentata da Manfrinati contro l’ex moglie per una presunta sottrazione di minore.

La tesi dell’accusa

Nel processo per l’omicidio e il tentato omicidio, la Procura ha sostenuto che l’aggressione non fosse un gesto improvviso, ma il punto finale di una escalation di violenze e persecuzioni. Il pubblico ministero Maria Claudia Contini ha chiesto l’ergastolo, contestando a Manfrinati diverse aggravanti, tra cui la premeditazione, la crudeltà, il vincolo di parentela, la minorata difesa e la circostanza che le vittime fossero già state oggetto di atti persecutori. Nel corso del processo sono state inoltre analizzate le numerose ferite riportate da Fabio Limido. Secondo quanto emerso in aula, sarebbero state oltre quaranta le coltellate inferte alla vittima, con numerosi colpi al volto. Per l’accusa, dunque, l’azione di Manfrinati sarebbe stata orientata all’uccisione dell’ex moglie e del padre di lei.

La difesa

La difesa, affidata all’avvocato Elio Giannangeli, ha proposto una ricostruzione differente. Al centro dell’arringa è stata posta soprattutto la questione del rapporto tra Manfrinati e il figlio e della progressiva perdita dei rapporti con il bambino. Secondo la prospettiva difensiva, l’uomo avrebbe vissuto quella situazione come una perdita e sarebbe arrivato all’aggressione al termine di una escalation emotiva, non sulla base di un piano preordinato. La difesa ha quindi contestato in particolare la premeditazione e le altre aggravanti, chiedendo il riconoscimento delle attenuanti, comprese quelle legate alle condizioni psichiche dell’imputato e al comportamento delle vittime.

La perizia psichiatrica

Uno dei passaggi centrali del processo è stato l’esame delle condizioni psichiche di Manfrinati. La Corte aveva disposto una perizia psichiatrica, affidata al professor Stefano Ferracuti. L’esito della perizia, illustrato in aula, ha stabilito che Manfrinati era capace di intendere e di volere al momento dei fatti, escludendo quindi un vizio di mente. L’accertamento è diventato uno degli elementi sui quali si è sviluppato il confronto tra accusa e difesa.

Le richieste

Al termine della requisitoria, il pubblico ministero Maria Claudia Contini ha chiesto per Manfrinati la condanna all’ergastolo, con un anno di isolamento diurno. La parte civile ha sostenuto la ricostruzione dell’accusa. La difesa ha invece chiesto di escludere le aggravanti e di riconoscere all’imputato le circostanze attenuanti, contestando la ricostruzione della Procura sulla premeditazione.

La sentenza

Oggi la Corte d’Assise ha pronunciato la sentenza di primo grado. Marco Manfrinati è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Fabio Limido e per il tentato omicidio di Lavinia Limido. «Come procuratore della repubblica di Varese esprimo particolare apprezzamento per il giusto verdetto pronunciato oggi dalla corte d’Assise di Varese he appare del tutto proporzionato ai fatti contestati all’imputato Manfrinati e costituisce riconoscimento dell’impegno del Sostitito Contini», ha affermato il procuratore della repubblica di Varese Antonio Gustapane.

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