Omicidio Limido, la difesa: «Dalla separazione dal figlio il crollo e le coltellate»

VARESE – E’ il momento delle difese nel processo che vede Marco Manfrinati, ex avvocato bustese di 42 anni, davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Varese presieduta da Andrea Crema (Stefania Brusa a latere) rispondere dell’omicidio dell’ex suocero Fabio Limido e del tentato omicidio dell’ex moglie Lavinia Limido aggrediti a coltellate in via Menotti a Varese il 6 maggio del 2024. Per entrambi i capi di imputazione il Pm Maria Claudia Contini contesta anche l’aggravante della premeditazione.

Il nodo della perizia psichiatrica

La questione fondamentale ancora aperta, Manfrinati è stato arrestato in flagranza e un video documenta chiaramente i fatti del 6 maggio, è relativa all’accoglimento o meno da parte della Corte della richiesta avanzata dalla difesa di una perizia psichiatrica super partes che stabilisca la capacità di intendere e di volere de 42enne al momento dei fatti. Una richiesta già respinta dal Gup in sede di udienza preliminare. La Corte sul punto si è riservata, la riserva sarà sciolta al termine dell’istruttoria quando – come ha sottolineato il presidente all’avvio del dibattimento – l’Assise avrà a disposizione gli elementi necessari a decidere in un senso o nell’altro.

La separazione dal figlio e il meltdown

L’accusa, sentendo tre professionisti che in diversi momenti seguirono Manfrinati su fronti diversi, ha già messo sul piatto le sue carte: per i testi Manfrinati non soffre di disturbi o patologie che abbia portato alla deflagrazione dell’ex avvocato il 6 maggio 2024. Oggi, venerdì 5 dicembre, l’avvocato Elio Giannangeli, difensore dell’imputato, ha chiamato al banco la psichiatra che valutò la capacità genitoriale di Manfrinati in qualità di consulente di parte nella relazione della Ctu in seno alla causa di separazione tra Manfrinati e Lavinia Limido. La psichiatra ha parlato di Manfrinati come soggetto che presenta tratti riconducibile allo spettro autistico, un plusdotato dall’intelligenza acuta che, a parere della psichiatra, sarebbe affetto da disturbo dello sviluppo neurologico. Disturbo che comporterebbe un comportamento altalenante sfociato in un meltdown, una crisi estremamente profonda innescata dalla separazione forzata dal figlio che lo avrebbe portato dai pensieri ossessivi – focalizzati sulla paura di non vedere mai più il bambino – all’atto, un’azione che scaturisce dall’erosione delle risorse di chi soffre questa condizione che va letteralmente in tilt.

Non è un pazzo, è un assassino

La Procura ha già espresso parere contrario a una perizia psichiatrica. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Fabio Ambrosetti, che ha più volte ribadito la propria contrarietà, oggi è andata oltre sottolineando come fosse possibile che questa condizione non sia stata immediatamente riconosciuta e chiedendo se la teste, che ha espresso oggi il proprio parere clinico su Manfrinati, lo abbia mai segnalato, cone decisione vista situazione, a qualcuno. Una provocazione, ma anche una domanda ripresa dallo stesso giudice a latere. La posizione della parte civile è, del resto, già stata espressa in modo chiarissimo sia dall’avvocato Ambrosetti che da Marta Criscuolo, madre di Lavinia e moglie di Fabio Limido. Una posizione che si riassume così: «Marco Manfrinati non è un pazzo, è un assassino». Venerdì 12 dicembre sul punto la difesa chiamerà altri testi fondamentali, sempre sul fronte medico, che hanno vagliato le condizioni di Manfrinati. Il quale già in quella data, o al più tardi il 19 dicembre, renderà in aula spontanee dichiarazioni. E a quel punto la Corte scioglierà la riserva.

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