Omicidio Samarate, la difesa: «Gerardi disperato. Non voleva uccidere la moglie»

Nella foto Vincenzo Gerardi

SAMARATE – «Solo per pochi mesi non sono riusciti a contestare al mio assistito l’accusa di femminicidio reato che prevede la diretta condanna all’ergastolo e che è contrario ad ogni principio di diritto». L’affermazione pronunciata dall’avvocato Vito Di Graziano poco dopo l’apertura della sua discussione ha rappresentato più di un indizio sui toni e sui temi che il legale avrebbe utilizzato, sino alle 18.40 di oggi, lunedì 20 luglio, per difendere Vincenzo Gerardi, imputato davanti alla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio (Giulia Troina e la giuria popolare a latere) per l’omicidio della moglie Teresa Stabile, uccisa da Gerardi – lo provano l’arresto in flagranza e la sua confessionecon 16 coltellate nel cortile del complesso condominiale dove vittima e assassino vivevano in alloggi separati dopo la decisione della donna di chiedere la separazione.

Tramonta il tema della gelosia

Di Graziano, di fatto, sta cercando di evitare l’ergastolo al proprio assistito contestando l’aggravante della premeditazione e quella di stalking. E sino alle 18.40, orario in cui il legale ha chiesto di sospendere l’udienza per non perdere l’areo che lo avrebbe riportato in Sicilia, lo ha fatto percorrendo vie di costume, più che di diritto, diventate desuete da parecchi anni. Il tema della gelosia di Gerardi nei confronti della moglie – divenuto fulcro della consulenza di parte della difesa che parlava anche di gelosia patologica per giustificare un vizio di mente a carico di Gerardi – oggi è tramontata dopo che la dottoressa Stefania Zeroli, perito psichiatra che ha dichiarato l’imputato perfettamente capace di intendere di volere parlando non di gelosia ma di controllo mentre il pubblico ministero Ciro Caramore ha sottolineato come la gelosia sia eventualmente un’aggravante ricompresa nei futili motivi e non un’attenuante.

Un uomo disperato

Oggi per il difensore Gerardi non era un uomo geloso ma un uomo «Disperato. Che amava follemente la moglie, che si accontentava della sola presenza di lei, e che è crollato quando ha capito che quel matrimonio, già finito da 10 anni, che lui però continuava a immaginare come reale, era finito». Nella ricostruzione della difesa Stabile, che tutti i testimoni hanno descritto come una donna terrorizzata dal marito, non ha mai subito violenze, contrariamente a quanto emerso in aula. La valutazione non tiene conto, però, che la violenza non deve per forza essere fisica per annientare una persona. La “variante” psicologica si traduce, ad esempio, in un asfissiante controllo sulla vittima. Teresa, ad esempio, stando a quanto testimoniato, non poteva lavorare. Il marito le lasciava i soldi contati per le spese domestiche in una busta di fatto privandola, insieme all’indipendenza economica, della propria libertà.

Un’offesa per la vittima

Di Graziano è poi tornato su quello che, stando a quanto detto Gerardi, avrebbe portato dieci anni fa alla fine del matrimonio. La presunta relazione lesbica della donna con un’amica di famiglia. Relazione di fatto smentita da tutti in aula e non suffragata da prove e che in ogni caso non potrebbe mai costituire non si dice un movente ma nemmeno l’ombra di un pensiero fugace sulla possibilità di uccidere qualcuno. Per dirla con le parole dell’avvocato di parte civile Cesare Cicorella: «Quest’accusa offende la vittima. Non per un’eventuale relazione lesbica che non può costituire un’offesa per nessuno ma perché la si accusa di aver tradito quando invece non è mai stato così».

Tutti hanno mentito

La difesa risolve l’incongruenza dichiarando alla corte che «Tutti qui hanno mentito. I famigliari, gli amici, hanno tutti mentito». E per sottolineare il concetto Di Graziano si domanda retoricamente: «Tutti hanno detto che vivevano nella paura di Gerardi. Possibile che per anni tutte queste persone abbiano vissuto nel terrore senza mai tentare una reazione?». Vale la pena qui sottolineare che quando Teresa Stabile si è allontanata da casa chiedendo la separazione il marito l’ha uccisa con 16 coltellate. 

Sono tutti colpevoli

O almeno il marito l’ha uccisa con 16 coltellate, di cui certamente una fatale al cuore per il perito medico legale che ha eseguito l’autopsia, perché per il difensore ad oggi non sarebbe ancora stato chiarito se Stabile sia morta per le coltellate inferte da Gerardi o per un malfunzionamento dei soccorsi. Di Graziano nega la premeditazione: «Gerardi era in garage con un coltello per appendere delle biciclette, lo prova il fatto che avesse anche una corda». Le lettere testamento che Gerardi ha lasciato ai figli nelle quali dichiarava che avrebbe ucciso la moglie e poi si sarebbe tolto la vita non valgono più. Nell’interpretazione della difesa Gerardi in realtà voleva suicidarsi e gli scritti erano destinati alla moglie. Moglie che, però, in base agli intenti vergati dall’imputato a quel punto sarebbe dovuta essere morta a sua volta. I messaggi che Gerardi invia alla sorella Daniela “Il 16 è arrivata la lettera dell’avvocato, il 16 era il compleanno di Teresa, deve essere il 16”, e il 16 aprile 2025 Teresa in effetti era morta, oppure “tra 25 giorni vedremo chi ride e chi piange”  scritto il 21 marzo, esattamente 25 giorni prima di uccidere la moglie, per il difensore erano «Richieste di aiuto». Gerardi, insomma, per il legale era un uomo disperato che è crollato e ha agito d’impeto e che ha cercato di appoggiarsi a qualcuno finendo per essere ignorato: «Qui sono tutti colpevoli come in un romanzo di Agatha Christie». Anche qui vale la pena sottolineare che la responsabilità penale è individuale. E che in questo processo, come giusto che sia, c’è un solo imputato.

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