Pace. E’ la parola più gettonata in questo periodo. Pace invocata in tutti gli ambiti, soprattutto dopo la morte di Papa Francesco che ne aveva fatto il tema prioritario del suo pontificato. Sarà un caso che Donald Trump, in una delle sue iperboli mediatiche, abbia rilanciato sui social il fotomontaggio di lui vestito da Papa. Il presidente americano ha voglia di scherzare, ma sotto sotto neanche tanto, conoscendolo. Di fatto, anch’egli invoca la pace, dice di essere l’unico capace di mettere d’accordo Ucraina e Russia, però intanto si spara. E si muore.
Si muore in Ucraina, a Gaza, in Medio Oriente, in Sudan, in Yemen e in una cinquantina di altri conflitti in giro per il globo terracqueo. Ma tutti vogliono la pace. Nel frattempo ci si arma a garanzia di equilibri che, soltanto armandosi, hanno la possibilità di essere assicurati. Accadeva ai tempi della cosiddetta Guerra Fredda tra Usa e Unione Sovietica, i due blocchi contrapposti che, agli inizi degli anni Sessanta, rischiarono di “accarezzarsi” a causa dei missili russi a Cuba. Accade oggi nel nuovo disordine mondiale, con la necessità di preservare, seppure da altri presupposti geopolitici e interessi economici, gli stessi equilibri per evitare il patatrac.
Però non bastano le armi convenzionali, si ricorre a quelle nucleari. Un arsenale di inimmaginabile potenza distruttiva su cui siamo “comodamente” seduti. Per lo più senza saperlo, senza nemmeno rendercene conto, facendo finta di esserne ignari. Si calcola che in giro per il pianeta ci siano la bellezza di 12.000 (dodicimila) testate nucleari: per l’autodistruzione totale ne basterebbero alcune centinaia. E in un battibaleno. Sì, perché la bomba di Hiroshima, dicono gli esperti, aveva una potenza minima rispetto al potenziale atomico di alcune nazioni, tipo Stati Uniti, Russia e Cina. Inoltre, i rischi aumentano per l’eventuale utilizzo di missili tanto veloci da indurre a una altrettanto rapida reazione, così che l’umanità potrebbe sparire in una manciata di minuti. E il day after? Boh. Meglio non pensarci, benché un simile contesto appaia ben più pericoloso dell’annuncio di meteoriti in rotta di collisione con la terra: lì siamo pronti a preoccuparci. Anche se le possibilità che un asteroide ci cancelli, come accadde ai dinosauri, sembrano di molto inferiori rispetto al lancio di un missile a testata atomica.
A proposito, anche la nostra italietta ospita una quarantina di ordigni nucleari nelle basi di Aviano e Ghedi, testate di media potenza capaci però di provocare la distruzione di una grande città. Armi da ricondurre alla Nato, sia ben inteso, all’interno dell’alleanza atlantica che Trump (sempre lui) vorrebbe rimettere in discussione. Nel frattempo, senza volerlo, siamo anche noi una potenza nucleare. Ma tutti vogliono la pace.
Dovrebbero volerla prima di tutti i cardinali convocati a Roma per il conclave che si apre mercoledì 7. Chi raccoglierà l’eredità di Francesco e il suo grande, costante, accorato messaggio di pace? A leggere i giornali, almeno per il momento, non si ha la sensazione che tutto fili nel segno della concordia, in Vaticano. Conclave e veleni, fake news e rancori. Ma forse sono solo esagerazioni dei giornalisti. Se così non fosse, se anche i cardinali, tra i quali c’è il futuro Vicario di Cristo, si fanno la guerra, finiremo di sicuro sconfitti. Non a causa delle bombe, ma per lo sconforto.
