BUSTO ARSIZIO – La «discriminazione» dei dipendenti e dei collaboratori in occasione delle elezioni amministrative e della campagna referendaria costa alla Rai una condanna e il pagamento di un risarcimento da 50mila euro alle associazioni (AnLoD e Slc-Cgil) che hanno portato la TV pubblica davanti al Tribunale del Lavoro di Busto Arsizio. La decisione del giudice Franca Molinari, che aveva già sospeso la circolare dell’Ad Giampaolo Rossi che imponeva le ferie o l’aspettativa per chi si candidava alle amministrative e la rimozione dai titoli di coda delle trasmissioni per chi faceva campagna per i referendum sociali, torna a far discutere all’indomani di un nuovo giro di vite sull’uso dei social con un’altra controversa circolare di viale Mazzini.
La condanna
«Non solo sotto il profilo economico, ma anche sotto il profilo delle condizioni di lavoro, il provvedimento nelle parti in contestazione penalizza e quindi discrimina coloro che in forza della libertà di pensiero e di associazione esprimono nel loro privato extra lavorativo una legittima opinione». Così si è espresso il Tribunale del Lavoro di Busto Arsizio con una condanna che segna un precedente significativo. La giudice ha sanzionato la Rai con 50mila euro di risarcimento ai ricorrenti (25mila a testa all’Associazione per la Lotta contro le discriminazioni e al sindacato Slc-CGIL, oltre al pagamento di 6000 euro di spese processuali) e imposto l’obbligo di eliminare le regole che riguardano condotte discriminatorie nei confronti di dipendenti che vogliano fare politica fuori dal lavoro.
Il caso
La circolare del 5 maggio, rivolta a tutti i lavoratori Rai, incluse le partite Iva e i co.co.co., stabiliva che coloro che erano candidati, anche in un piccolo Comune, avrebbero dovuto mettersi in ferie o permesso, oppure stare in aspettativa, mentre chi era impegnato nella campagna referendaria avrebbe dovuto comunicarlo all’azienda e così il suo nome sarebbe stato tolto dai titoli di coda delle trasmissioni. Per la giudice Franca Molinari del Tribunale del Lavoro di Busto Arsizio si è trattato di una «discriminazione diretta di tipo collettivo» che penalizza oggettivamente tutti i lavoratori RAI che partecipano alla vita politica del Paese nella loro sfera privata. La circolare va infatti in contrasto con alcuni principi fondamentali della Costituzione: «Lede diritti fondamentali dell’individuo costituiti dal diritto di esprimere liberamente al di fuori del contesto lavorativo il proprio pensiero (art. 21), dal diritto di partecipare alla vita pubblica e aderire ad associazioni e partiti e dal non essere discriminati».
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