BUSTO ARSIZIO – «Dobbiamo aggrapparci alla bellezza e alla cultura per salvarci». Il grande pianista iraniano Ramin Bahrami, bustocco onorario, è già in città e ha seguito in prima fila il concerto di Maurizio Baglini e Silvia Chiesa al teatro Fratello Sole, penultima serata prima del gran finale in cui si esibirà sul palco del teatro Sociale con il suo “Bach Phantasticus“. «L’Iran? Vivo malissimo questa situazione – rivela Bahrami – ho dei parenti a Teheran che rischiano di essere un bersaglio degli attacchi. In guerra muoiono gli innocenti, come le bambine di Minab».
«La bellezza ci salverà»
Domani sera, 14 marzo, illuminerà la serata finale di BA Classica con le note di Johann Sebastian Bach, di cui è uno dei massimi interpreti a livello mondiale. Per ribadire che «in un mondo in fiamme dominato dai bulli – sostiene Bahrami – l’arte, la bellezza, la musica sono la risposta». Lo dice ogni anno nella Busto che lo ha “adottato”, ma evidentemente inascoltato. «Non serve, però tutti gli anni diventa più importante – spiega il pianista – la cultura ormai è l’unica cosa che ci mantiene ancora esseri civili. Se si assecondano solo le violenze umane e l’effimero che lo circonda che cosa resta? Siamo dei bruti, per cui bisogna aggrapparsi alla bellezza, alla musica, alla letteratura per salvarsi».
Musica a Busto, cuore a Teheran
Ma come vive Ramin Bahrami la guerra in Iran? «Malissimo perché ho dei parenti che vivono in centro a Teheran che rischiano purtroppo ogni giorno di diventare bersaglio di questi due Paesi che hanno iniziato ad attaccare una Nazione, con tutto il male che c’è in quella nazione, però non hanno chiesto il permesso a nessuno». Per l’artista iraniano le bombe non sono certo la soluzione all’oppressione del regime: «I negoziati non sono serviti a niente, io non so più quale sia la soluzione ma certamente non si può credere che il presidente degli Stati Uniti stia facendo questo perché è un filantropo, e non credo sia questa la risposta, per cui non si sa come uscirne».
Dopo Khamenei
Bahrami all’indomani dell’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei, aveva dichiarato che «nessuno oggi rimpiange la morte del grande dittatore. Ognuno di noi spera che alla fine di tutti questi combattimenti e di tutti questi morti ci sia una forma normale di governo in Iran, perché ciò che manca in Iran è la normalità». Adesso la preoccupazione aumenta: «Con le buone non siamo usciti dopo 47 anni, con le cattive non sembra che stiamo uscendo, come al solito in questi conflitto muoiono un sacco di persone innocenti, tra cui 180 bambine di quella scuola che anche la presidente del consiglio italiano finalmente ha avuto la bontà di menzionare, condannando l’atto, però bisogna vedere a cosa porterà tutta questa arroganza e violenza sia di là che di qua».
Ramin Bahrami: tributo a BA Classica, alla “Rossini” e a Busto Arsizio
