Referendum, avanti tutta. Anche troppo

referendum giustizia politica

Ci aspettano settimane di tensioni, tra preoccupazioni umanitarie ed economiche per le guerre in corso e per gli aspri confronti attorno al referendum sulla riforma della giustizia. Una guerra vera e un’altra virtuale: la prima con migliaia di vittime e conseguenze purtroppo devastanti, la seconda non cruenta che, al massimo, lascerà macerie politiche. Le quali possono anche importare poco alla maggioranza dei cittadini, ma toccano da vicino la classe dirigente del nostro Paese che, in senso trasversale, sta investendo la propria credibilità sull’esito delle urne il 22 e 23 marzo prossimo. E per questo, a una manciata di giorni dall’apertura delle urne, si danno un gran daffare per tirare dalla loro parte, per il Sì o per No, un elettorato che non pare coinvolto nella questione come lo sono i suoi rappresentanti istituzionali.

Eppure, se non ci fossero i missili di Stati Uniti, Israele e Iran a sviare l’attenzione sull’appuntamento referendario saremmo ancor più sommersi da dibattiti, prese di posizione, spiegazioni, smentite sull’opportunità di una scelta piuttosto che un’altra. Che la riforma proposta alla verifica degli italiani abbia comunque una valenza decisiva per il governo e per il centrodestra, così come per le opposizioni, è confermato dalla massiccia serie di appuntamenti organizzati anche in provincia di Varese, convegni che hanno come protagonisti magistrati, avvocati, giuristi e costituzionalisti: appuntamenti che però non hanno soltanto un valore tecnico, che non sono riservati soltanto agli addetti ai lavori, ma trovano sullo sfondo esattamente la politica.

Non si può far finta che il quesito referendario vada rapportato alla sola separazione delle  carriere e al raddoppio del Consiglio superiore della magistratura, escludendo le conseguenze che l’esito potrebbe avere sul futuro politico del Paese. Certo, Giorgia Meloni per prima si affanna a sostenere che qualunque sia il risultato nulla cambierà rispetto agli attuali assetti; vero, ma non del tutto. Perché la vittoria del Sì o del No inciderà comunque sul peso e sull’immagine dei due maggiori schieramenti nella prospettiva elettorale del prossimo anno e, fin da subito, sulla spinta che i partiti riceveranno dai cittadini, perlomeno di quanti si recheranno ai seggi. In chiaro, gli effetti collaterali sul sistema politico saranno inevitabili.

In tutto ciò, al netto dell’interesse corporativo della magistratura per la riforma, va capito cosa arriverà alla gente dal teso e confuso confronto in atto su una vicenda che esula dalla quotidianità, dai problemi più concreti delle famiglie. Riforma della giustizia che poco o nulla inciderà sulla qualità della vita degli italiani, che, per bocca dello stesso ministro Carlo Nordio, non migliorerà le procedure e i tempi di un processo, e anche per questo sfugge alla comprensione dei più. Detto ciò, il referendum sembra essere diventato una questione di vita o di morte (politica): prima che un passo verso una vera, profonda riforma della giustizia è uno scontro sulle leadership rappresentative in un Paese al quale non servono affatto questo tipo di scontri.

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