di Claudio Ghisalberti
“Rispetto”. C’è chi lo chiede e chi lo dà; spesso manca e questa mancanza è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e degli animali.
Una parola adatta a mille circostanze e, tante o troppe volte però, usata a sproposito. Rispetto è anche la parola dell’anno scelta dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Tecnicamente, il dizionario definisce il termine come un “sentimento e atteggiamento di stima, attenzione, riguardo verso una persona, un’istituzione, una cultura, che si può esprimere con azioni o parole”.
Anche nel mondo dello sport, ovviamente, spesso – a torto o ragione – si parla di rispetto: degli avversari, dei tifosi, degli arbitri… L’ultimo caso, in ordine di tempo, lo ha scatenato Daniele Pradè, diesse della Fiorentina, accusando l’allenatore del Bologna Vincenzo Italiano di mancanza per la sua esultanza dopo la vittoria dei rossoblù sui viola. Italiano che, prima di passare in estate alla guida degli emiliani nelle ultime tre stagioni si era seduto sulla panchina dei toscani.
“Ho capito tante cose dell’uomo”, la pesante accusa di Pradè. “Il direttore ha esagerato: ho fatto così anche nelle ultime partite vinte, non ho mancato di rispetto a nessuno“, ha replicato Italiano. Chi lo conosce bene lo descrive come “un allenatore sanguigno, viscerale, adrenalinico”. E la sua, domenica al Dall’Ara, non è stata un’esultanza smodata, esagerata, fuori luogo.

Il problema è che purtroppo anche nello sport, e soprattutto nel calcio, l’ipocrisia domina e il “politicamente corretto”, almeno apparente, è ormai una religione. Le società vorrebbero, soprattutto quando perdono, che le esultanze degli avversari fossero bandite o perlomeno molto contenute, le emozioni controllate, le dichiarazioni censurate. Gli addetti stampa, dopo avere indottrinato ben benino chi va davanti ai microfoni, vigilano con la severità di un poliziotto arrabbiato che non sgarri una virgola. Ne esce quasi sempre una pappina insapore, un omogeneizzato senza gusto. A volte si va anche oltre. Prendete Vlahovic: a fine partita dopo il pareggio con il Venezia litiga con i tifosi della sua Juve e cosa fa il giorno dopo? Dichiara “spontaneamente” che i tifosi hanno ragione. E pazienza se con quelle scuse ha poco rispetto di sé stesso. Un eccessivo “rispetto”, o viscida sudditanza, l’hanno anche molti giornalisti e commentatori per non diventare invisi a chi comanda. Domande comode e con il sorrisino, grazie.
Tornando sul campo, purtroppo sono frequenti le scene tristi di un calciatore che segna a una sua ex squadra e, per una presunta questione di rispetto, non esulta. Eppure sono professionisti, vanno dove sono pagati di più e lì cercano di fare, o almeno dovrebbero, del loro meglio. E fa niente se a volte c’è chi perde, magari male, e va a far “festa” fino a notte fonda. Vuoi non rispettare il suo diritto allo svago?
Poi c’è un’altra faccia della medaglia: va bene il rispetto per la tua ex squadra e i suoi tifosi, ma quello per chi ti paga ora e per chi ti sostiene adesso non conta? E un giocatore e un tecnico non più ragazzino ma con una discreta carriera alle spalle cosa fa, non festeggia mai? Si deve reprimere sempre?
Per concludere torniamo a Italiano, battere il suo recente passato e sconfiggere per la prima volta una squadra che ti sta davanti in classifica non è un legittimo motivo di gioia? Così, festeggiare, esultare, godere non è sinonimo di sincerità? Dalla Fiorentina ha avuto e alla Fiorentina ha dato. Ora è del Bologna.
