Salvini a Gemonio e la guerra che c’è e non c’è

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Matteo Salvini e Umberto Bossi

Qualche tempo fa, parlando di Umberto Bossi, Giancarlo Giorgetti disse: “Va capito, va aiutato. Guai a chi specula sulla sua debolezza (la malattia, ndr)”. Subito dopo, Attilio Fontana rafforzò il concetto: “Nessuno tocchi il Senatur”. A suggello dell’alta considerazione che i leghisti di vertice, e non soltanto loro, hanno del fondatore del movimento è arrivata, sabato sera, la visita di Matteo Salvini a Gemonio, a casa di Bossi:Guerre? Con lui non c’è mai stata guerra”. Per dirla in un altro modo: l’Umberto può affermare ciò che vuole. Persino che la lega deve cambiare leader (13 aprile) o che, alle europee, ad urne aperte, è giusto votare Marco Reguzzoni e Forza Italia (8 giugno). Motivo di quest’ultima, clamorosa indicazione di voto? “La Lega è stata tradita”. Dichiarazione per la quale si evocò addirittura la sua espulsione, subito stoppata da Fontana: “Non scherziamo, Bossi è Bossi”.

Appunto, Bossi è Bossi, cioè il nume tutelare del leghismo, ora ai margini della politica attiva per questioni di salute, ma sempre virtualmente sulla scena per il suo passato e per quanto rappresenta in termini di ideali anche per il futuro di un partito che predicava la secessione e ora vuole costruire il ponte sullo Stretto. Eppure, attorno alla figura del Grande Capo si sono raccolti i contestatori di Salvini e della sua politica nazionale, gli esponenti del cosiddetto Coordinamento del Nord, che alla vigilia della festa di Varese per i quarant’anni della Lega (14 aprile) si sono ritrovati, sempre a Gemonio, per una sorta di contro-manifestazione con al centro, manco a dirlo, Umberto Bossi, che ha dato loro la benedizione. Castelli, Grimoldi, Leoni: personaggi una volta di primo piano del cerchio bossiano, stretti stretti per contestare Salvini.

Se non una guerra politica, qualcosa di molto simile. Sfociata con l’espulsione di Paolo Grimoldi, già parlamentare e segretario lombardo del partito, a conferma delle tensioni che, fino a qualche tempo fa, hanno vivacizzato (si fa per dire) la vita della sede federale di via Bellerio, a Milano.

E Bossi? Hanno tutti fatto finta di non sentire e di non vedere, sono passati oltre. Per rispetto, per riconoscenza, per una forma di soggezione politica che impedisce persino di entrare nel merito di commenti  e prese di posizioni pesantissime, antitetiche rispetto alla linea riconosciuta, persino davanti ai giudizi, più o meno corrosivi, sulle persone. E il Coordinamento del Nord? “Specula sulla debolezza di Umberto” ribadisce e accusa lo stato maggiore leghista. Così che Matteo Salvini possa abbracciare il suo padre putativo, suo e della vasta schiera di uomini del Carroccio (si può ancora chiamare così?) che gli devono molto, se non tutto, della loro carriera pubblica. In fondo, Bossi è un’icona, gli si può perdonare tutto. Di lui si troverà traccia nei libri di storia, di lui si parlerà in futuro, di lui si continua a parlare anche oggi. Con lui bisogna avere il riguardo che si deve a un padre. Punto.

Che poi si modifichino data e significato del prossimo raduno di Pontida, tradizionale adunata settembrina per rinnovare il senso dell’azione politica leghista, bè, che importanza potrà mai avere? Appuntamento domenica 6 ottobre, anniversario della battaglia di Lepanto nel 1571, storico scontro navale che portò alla sconfitta dell’impero Ottomano, invece della battaglia del 1167 che sancì la nascita della Lega Lombarda contro il Barbarossa, simbolo e sostegno, quest’ultimo combattimento, fin dai primi vagiti del Bossi-pensiero.

Un dettaglio? Mica tanto, ci pare di capire. Le guerre, quelle con le spade, le hanno combattute in altre ere. Qui, oggi, ci si confronta sui progetti, sugli obiettivi, sulla sostanza di un partito che nacque con ben altri presupposti. E si ritrova a fare i conti, quelle veri, di contenuti immediati e attuali, tutt’altro che gossipari, con un tale Roberto Vannacci. E allora, cos’è giusto? Cos’è sbagliato? Bossi, come sostiene con ragione Attilio Fontana, rimane Bossi. A lui non si fa la guerra, anche se è lui che la dichiara. Alcuni giorni fa fu addirittura dato per morto. Una notizia farlocca, e meno male. Qualche giornale in debito di fantasia, per sottolineare l’immediata smentita, ha parafrasato una canzone di De Gregori: Bossi è morto, Bossi è vivo. Non sarà stato un grande titolo, ma diceva una gran bella verità. Non solo per i leghisti.

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