Salvini, Giorgetti e la Terza Lega

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Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini

di Massimo Lodi

Le due leghe? Sì, le due Leghe. Il Partito della Responsabilità, il Partito del Consenso. Leader del primo Giancarlo Giorgetti, capo del secondo Matteo Salvini. Giorgetti vara una finanziaria attenta a conti, stabilità, futuro prossimo dell’Italia. Salvini la silura, attento a favore popolare, movimentazione dell’umor voteo, presente immediato dei sondaggi, anno pre-elettorale alle porte e alleati-competitori da infilzare.

Curioso (ma anche no): la spaccatura avviene d’un botto, in Senato, quasi che il notiziario sul “taglia e cuci” di spese/risparmi fosse ignoto a chicchessia. Ma dai. Documentano le cronache parlamentari: gli uffici del ministero dell’Economia avevano sondato -oltre agli omologhi di Lavoro e Infrastrutture, informando con un giro felpato i ministri Calderone e Salvini- gli ambienti di via Bellerio, dove Giorgetti è il numero due di Salvini numero uno. Mica scordarselo, eh.

Dunque, realismo spiccio alla mano: un colpo di teatro (mandiamo avanti l’emendamento pensioni, poi bocciandolo a favor mediatico e d’applausi) truccato da sorpresa. Innescata da cosa? Dall’agonismo competitivo di Salvini versus Meloni, accentuatosi dopo l’assoluzione dell’ex ministro degl’Interni sul caso Open Arms (1) e le crescenti difficoltà nell’impegno europeo, e italiano, a sostegno di Zelensky (2). Prendere slancio dal fatto 1 per arrivare a smarcarsi sul fatto 2, è la strategia celodurista (ohilà, il dinosaurismo) del vicepresidente del Consiglio. Fino al punto di smentire apertis verbis il suo braccio destro sulla legge di bilancio, e chissà se fino al punto di contraddire la titolare di Chigi sull’invio di nuove armi a Kiev. Vedremo tra una settimana, nel CdM del 29 dicembre.

Per intanto vediamo l’aplomb post-democristiano con cui Giorgetti incassa il rovescio. Ovvero: va dritto lungo la sua linea d’imperturbabilità. Dimissioni? Figuriamoci. Un peccato dal quale non ci si emenda, asseriva Andreotti, e che -sussurrato in un confessionale- vieterebbe l’assoluzione. Dunque: come se niente fosse. Ora, naturalmente. Poi, chissà. Le due Leghe non sono solo il Partito della Responsabilità e il Partito del Consenso. Sono il Partito del Settentrione e il Partito della Nazione. Sono il salvinismo e l’anti-salvinismo. Sono l’idea di riconquistare un giorno il Viminale e l’idea di riconquistare un giorno i voti perduti nella Padania, così detta al tempo della calata Umbertina su Roma.

Che vuol dire? Vuol dire: Giorgetti ha traversato, dall’inizio degli anni Novanta, tutte le stagioni del leghismo, remando da sperimentato laghée qualunque fosse il timoniere del momento sul barcone nordista. E acquisendo una stima tecnica che gli fruttò, all’epoca dell’esecutivo di larghe intese nel febbraio ‘21, la cattedra dello Sviluppo economico. Di cattedra si deve parlare, con un premier a nome Mario Draghi, sorta di esigente rettore universitario nella distribuzione degl’incarichi. È dunque immaginabile che chi ha saputo navigare nel segno di smagata/riconosciuta perizia rifiuti d’essere colato a picco simil-qualsiasi militante, a scopo strumentale e propagandistico. Invece: aspetta silenzioso il giorno dell’ovattata rivincita, forse l’avventura/l’era d’una terza Lega, caso mai la prima e la seconda -obbligate a convivere- fallissero l’appuntamento elettorale del ’27. Giorgetti rifiuterà l’eventuale investitura da segretario, ma sarà il testimone del continuismo storico. Una manovra naturale, un manovratore idem. Lo sa bene Zaia, che della terza Lega vien pronosticato doge. Forse perfino dal Serenissimo inquilino del palazzone di via XX Settembre, non a caso sede del Mef. Il Morbido Esecutore Federalista.

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