di Massimo Lodi
Nel dicembre 2013 Salvini prese la Lega al 4 per cento, la portò quasi al 35 sei anni dopo, elezioni europee. Un miracolo, e ovazione al trionfatore. Avviato nel ’18 il governo Conte1, fu preso da smania di pieni poteri nell’estate ‘19, innescò la crisi, venne liquidato. Avanti il Conte2, col Pd al posto del Carroccio. Da lì in poi è stata discesa, solo discesa. Un po’ rallentata, un po’ velocizzata. Ultimamente, velocizzatissima. Dal 21 al 4 per cento (‘sto 4 corre/ricorre nel Matteo-destiny) alle regionali di Toscana, tuttavia il cataclisma incombeva già nel giugno ‘24, voto per Strasburgo. Fu Vannacci a sostenere Salvini più che Salvini a lanciare Vannacci.
Oggi è Vannacci ad affondare Salvini e Salvini a cercare d’intercettarlo, provando a impedirgli di far politica, concedendogli solo di far cultura. Così ha sancito il consiglio federale di via Bellerio. Una decisione bizzarra, inapplicabile, di palese debolezza. Vannacci seguiterà a fare Vannacci, resta da capire se Salvini continuerà a fare Salvini. Perché di rovescio in rovescio, è un’impresa rimanere dritti sulla tolda di comando: interrogativo sottaciuto, ma circolante nei ranghi leghisti, specialmente lombardisti. Segue domandone cauto eppur da protocollo: non è che Salvini abbia finito il suo tempo, avviandosi a chiudere un’epoca over-lunga?
Lo diranno i fatti di domani. Quelli di oggi raccontano d’una nervosa insofferenza della vecchia guardia, indisponibile a subordinare gl’interessi settentrionali alle convenienze sovraniste del Capitano; ma soprattutto raccontano d’una obiezione sempre più forte dell’area padana di Nord Est, leggasi Veneto e Friuli Venezia Giulia. Il tandem regionale esprime due possibili successori di Salvini segretario: i governatori Zaia e Fedriga. Zaia già in uscita, non più rieleggibile e perfino boicottato dal centrodestra nella ricandidatura a semplice capolista e consigliere. Fedriga ancora in sella, ma pronto a scendervi (1) caso mai la Lega lo chiamasse all’incarico di vertice massimo; oppure a sommare (2) una carica all’altra. Poi, chiaro, nessuno è in grado d’escludere sorprese qualora la scalata al trono inventato da Bossi fosse davvero accessibile. Ma tal quale, inscì o inscià, si manifesta il realismo odierno.
Perciò quando Salvini dichiara che qualcosa va sistemato “qui dentro”, chissà se si riferisce solo alla questione Vannacci; o se invece il suo pensiero va all’insidia Zaia-Fedriga. Un’insidia smentita dai presunti insidiatori e tuttavia autorizzata dall’andamento delle ultime consultazioni popolari. Se venisse confermato dalle prossime (Veneto, Campania, Puglia: e mettiamoci pure il referendum sulla giustizia), la cosiddetta pausa di riflessione potrebbe volgersi in riflessione sulla pausa. Sul riposo, sul break, sulla sospensione del commander in chief, cui si tributa l’onore principale quando le cose van bene e parimenti la responsabilità maggiore allorché girano male.
Momento critico, dunque. Svicolare non sembra facile. La Lega che si radicalizza, perde voti moderati e ne regala a chi è più di essa accreditato a beneficiare del radicalismo: Fratelli d’Italia e la Meloni. La Lega che si moderasse, ne regalerebbe a chi è più di essa accreditato a beneficiare dell’anti-radicalismo: Forza Italia e Tajani. La Lega eventualmente né di qua né di là rischia -pur tornando alla neutralità/equidistanza fra destra e sinistra delle origini- d’essere mortificata dall’insofferenza di chi è stato chiamato a capirla in un modo, poi in un altro e alla fine non capirebbe più niente. È la confusione dalla quale s’aspetta un futuro vantaggio di consensi proprio Vannacci, forse risoluto a presiedere il suo, di partito, piuttosto che a vicepresiedere il partito di Salvini. Inaugurando così la stagione del Voto al contrario.
