ROMA – Sono calate del 18.6% nel giro di un anno le risorse destinate alla prevenzione. E in un Paese come l’Italia, dove un quarto della popolazione ha più di 65 anni le adesioni alle screening restano più basse rispetto alla media delle altre realtà europee. Quindi, senza un investimento serio sulla prevenzione, sia a livello economico sia sotto il profilo culturale, il Servizio sanitario nazionale rischia di esplodere.
Bisognerebbe invertire la tendenza. Con investimenti importanti. Ma non solo. Serve anche un profondo cambio culturale nei cittadini, poiché come ha sottolineato in maniera efficace l’ampio servizio pubblicato su Il Fatto Quotidiano, anche gli screening offerti gratuitamente dal sistema sanitario nazionale non sempre registrano adesioni tali da essere in linea con la media europea.
Meno risorse
I dati parlano chiaro. Le risorse destinate alla prevenzione dal 2022 al 2023 sono passate da 10 miliardi di euro a poco più di 8. L’Italia, tra i Paesi del G7, è quello che investe di meno. SE invece si guarda all’Europa le cose non migliorano: nel 2023 l’Italia ha dedicato solo il 4,5% della propria spesa sanitaria totale alla prevenzione. Ben sotto la media Ocse che si traduce in 193,26 euro per abitante, contro la media europea di 213,18 euro. Basse le adesioni agli screening, scendono le coperture vaccinali e, stessa musica per gli emendamenti destinati all’estensione di esami salvavita che vengono bocciato dal Mef.
Situazione preoccupante. Che diventa allarmante se si pensa che l’Italia è un Paese destinato a invecchiare e che almeno la metà dei cittadini con più di 65 anni (un quarto della popolazione) deve convivere con almeno due cronicità.
L’allarme
Oncologi, infettivologi e scienziati hanno lanciato un grido d’allarme chiaro: senza un investimento strutturale sulla prevenzione, il Servizio sanitario nazionale è davvero a rischio. E non si vede all’orizzonte un cambio di rotto. Pur sapendo che da un lato investire nella prevenzione significa “perdere” nel breve periodo, ma sul lungo periodo significa alleggerire i costi che gravano sul sistema sanitario e quindi anche sulle casse pubbliche.
Ma finché permane un approccio economicistico in Sanità è chiaro che il sistema pubblica, già in sofferenza, scelga politiche dell’immediato piuttosto che azioni a lunga gittata temporale. Stesso discorso per il privato accreditato o il privato.
Prevenzione secondaria
Secondo la Federazione degli Oncologi, Cardiologi e Ematologi (Foce), solo 1 over 50 su un 3 si è sottoposto nel 2023 al test del sangue occulto nelle feci, mentre le coperture per mammografia e Pap test si fermano rispettivamente al 53% e al 46%. Nonostante i controlli per tumore alla mammella, colon-retto e alla cervice uterina siano esami gratuiti, utili alla diagnosi precoce. Eppure nel 2024 queste tre patologie oncologiche hanno colpito più di 104 mila persone.
La prevenzione pediatrica
Nell’ampio reportage de Il Fatto Quotidiano si pome in evidenza come anche i dati sulla prevenzione pediatrica non siano in linea con i livelli minimi previsti. Sul fronte delle vaccinazioni. Nel 2022 la copertura dell’esavalente pediatrico si è fermata al 91%, quando la soglia raccomandata è del 95%. Per quanto riguarda il vaccino anti-Hpv resta lontanissimo dagli obiettivi Oms. Per quello contro l’influenza stagionale siamo poco sopra il 50%, mentre meno del 30% degli adulti si immunizza contro lo pneumococco, e circa il 5% contro l’Herpes Zoster. Secondo i dati diffusi dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, solo grazie al raggiungimento delle soglie minime previste per questi tre vaccini si potrebbero evitare costi fino a 10 miliardi di euro.
