di Andrea Minchella
Il delitto di Sharon Verzeni si è risolto, dopo un mese di incessanti indagini, nel peggiore dei modi. Non è stato il fidanzato, su cui cominciavano a pesare dubbi e speculazioni di molti, non è stato il padre né la madre né il fratello, non è stato un “pusher”, e nemmeno un avventore “stalker” del bar in cui Sharon lavorava. Non è stata una vecchia fiamma segreta e misteriosa che la povera ragazza magari aveva conosciuto in una “vita” precedente. Nulla di tutto ciò. A uccidere la povera Sharon, in una strada della sua Terno d’Isola, sarebbe stato un ragazzo “normale”, uno di quei giovani che spesso si siedono di fianco a noi in metro, si mettono in fila dietro di noi al bar, incrociamo nelle vie delle nostre città mentre andiamo a fare la spesa o facciamo un giro con il nostro cane. Moussa Sangare avrebbe sferrato le coltellate contro l’esile corpo di Sharon senza un vero motivo, ma solo per sfogare una rabbia repressa che montava chissà da quando e che non è stata intercettata da nessuno. O quasi. Perché ora emergono parecchie denunce e segnalazioni, anche da parte della famiglia, in cui il disagio del ragazzo veniva sottolineato da più parti. Ma nessuno è intervenuto. A fatto compiuto tutti cercano di capire cosa è successo. Cosa si poteva e doveva fare per evitare un delitto tanto violento quanto apparentemente ingiustificato. Nessuno che sa dare una risposta che possa riempire i dubbi e le paure che inevitabilmente invadono ognuno di noi. Eppure, forse, una risposta c’è. Lo Stato (definizione certo troppo generica ma che dovrebbe comprendere ogni strumento e azione per individuare e tenere sotto controllo situazioni del genere) sembra latitare da parecchio tempo. Le strutture psichiatriche sono sempre meno diffuse e difficilmente riescono a seguire tutti i casi di disagio (in aumento negli ultimi anni) dilagante soprattutto tra i giovani. Le denunce che arrivano dalla stessa famiglia in cui un ragazzo o una ragazza iniziano a dare preoccupanti segnali di difficoltà non vengono spesso prese in considerazione per il toppo lavoro che alcune strutture devono già seguire con una evidente carenza di personale (spesso impreparato se rapportato ai “nuovi” disagi). E dunque migliaia di individui fragili e abbandonati dalla società vagano indisturbati tra la popolazione. Nessuno, quindi, è al riparo. Perché se alla base di un crimine non c’è più la passione, la volontà di rubare o il desiderio vendetta verso qualcuno, ognuno di noi è un possibile bersaglio di tutti quelli che, in silenzio, vivono una forma profonda di ossessione che li marginalizza sempre più senza che nessuno di noi se ne accorga.
Il fatto, subito cannibalizzato da una politica demagogica che sottolinea solo il colore della pelle dell’assassino strumentalizzando un omicidio compiuto da un italiano, non è più isolato. Sempre più spesso veniamo a conoscenza di fatti violenti inspiegabili le cui vittime fino ad un minuto prima dell’aggressione erano persone normali come noi. Quale la soluzione? Impossibile individuarne solo uno. Bisogna però guardarsi bene da chi ha la ricetta perfetta per risolvere problemi del genere. Non è certo un decreto legge “ad hoc” o la chiusura delle frontiere (che c’entra, poi, se in questo caso l’aggressore è italiano) che possono risolvere un’emergenza sempre più attuale i cui effetti riempiono le pagine dei giornali. E che non si dica che cose del genere sono sempre successe. Basta fare 100 metri a piedi nella propria città che ci si rende conto dell’atmosfera pesante che avvolge gruppi sempre più numerosi di ragazzi che occupano il tempo inventando ogni volta un modo per vandalizzare, disturbare o, nei peggiori casi, aggredire senza un vero motivo chi passa nelle loro vicinanze. Il disagio sembra che tu lo possa toccare con mano. Ci si accorge che, probabilmente, la situazione ci è sfuggita di mano. Ma non è colpa di un individuo o di una singola istituzione. Questa situazione esplosiva è frutto, probabilmente, di una serie di eventi e cambiamenti che hanno mutato irrimediabilmente la nostra società negli ultimi anni. Se il Covid può essere considerato un acceleratore di una situazione già latente, certamente la crisi della scuola, oltre che quella della famiglia (come ci racconta Massimo Recalcati nei suoi preziosissimi saggi) hanno contribuito a una crescita esponenziale di uno stato di forte disagio di una generazione intera che si ritrova abbandonata, senza strumenti né strutturate capacità affettive o interattive nei confronti del mondo circostante. A tutto ciò manca solo un detonatore che, a volte, riesce a far scoppiare una rabbia ed una violenza inaudite che portano al compimento di violenze e, in certi casi, omicidi inspiegabili e dettati da futili motivi.
Non ci sente al sicuro nemmeno in famiglia, come dimostra la strage di Paderno Dugnano compiuta da un ragazzo “apparentemente” normale che ha ucciso la madre, il padre e il fratellino più piccolo. Si è già pentito ma gli hanno spiegato che ormai è troppo tardi. L’apparente normalità sembra essere diventata la costante che caratterizza omicidi efferati che non risparmiano nemmeno i parenti più stretti. Forse bisognerebbe cominciare ad intercettare i ragazzi proprio in quelle situazioni in cui apparentemente regna una normalità eccessivamente ordinaria.
In 400 a Gallarate per Recalcati: «C’è un popolo che non si nutre solo di televisione»
